a cura di Claudia Praolini

FOCUS SUPERNATURE

Siamo tutti ecologisti e quella a cui miriamo è un’ecologia super che sia anche buona per occhi e orecchie. Supernature è un viaggio nel territorio naturale alla ricerca di un paesaggio che accolga l’uomo e la donna finalmente sincronizzati sul ritmo del cosmo.
La chiave della riconciliazione passa attraverso la nascita di una lingua nuova che possa esprimere la nostra colpa e allo stesso tempo l’eco delle terre e delle acque violate. Con questa Lingua Nova si stenderanno nuove mappe del mondo; il vento della devastazione si placherà; il simbolo della spirale sarà il primo segno scritto, significherà Madre. Supernature è dedicato a Uvanuk la sciamana, che ebbe in dono la parola e divenne poeta e poté così narrare la storia del mondo.
In collaborazione con Lago Film Festival.

 

I film selezionati 

a cura di Claudia Praolini

Kingdom, di Tan Wei Keong, Singapore, 2018
Maria de los Esteros, di Eugenio Borrero, Colombia, 2018
Rang Mahal, di Prantik Basu, India, 2018
Solar Walk, di Réka Bucsi, Danimarca/Ungheria, 2017
The flood is coming, di Gabriel Böhmer, UK/Svizzera, 2018
Tierra Mojada, di Juan Sebastián Mesa, Colombia, 2017
Umbra, di Florian Fischer e Johannes Krell, Germania, 2019

KINGDOM – visto da Elena Saltarelli

In questo piccolo capolavoro di poco più di 5 minuti, il regista singaporiano Tan Wei Keong formula una perfetta sintesi di animazione e fotografia, trascinando lo spettatore in un vortice di intensa solitudine.  Dietro l’apparente semplicità di una trama angosciante e surrealista, diversi simboli si fanno spazio fra il girovagare mortuario e incessante del protagonista, i più privi di qualsivoglia chiarificazione. Il sentimento che prevale è quello di non poter scappare da sé stessi, malgrado si sia andato così lontano per trovare la pace. Ognuno con sé porta un bagaglio con cui deve confrontarsi: l’appartenenza al mondo circostante avviene solo attraverso una forzata mediazione con esso. Ciò che però può essere avvertito come un desertico void di emozioni (ovvero la morte, che tutto – e tutti – si prende) risponde alle stesse leggi naturali a cui ogni essere deve sottostare: dalla rottura che può essere avvertita come irreparabile nasce sempre altra vita. La stessa vita di prima, solo mutata nella forma.

MARIA DE LOS ESTEROS – visto da Elena Saltarelli

Questo cortometraggio, diretto dal regista colombiano Eugenio Gomez Borrero, dipana nei suoi 19 minuti di girato una lenta sinfonia, una sorta di canto del cigno a una terra ormai diventata desolata e i cui autoctoni si rifiutano di lasciare. Cosa significa perdere la terra che ha dato cibo e sogni a te e a chi è venuto prima di te? Significa perdere quel significato profondo che ti lega alla terra stessa, alla tua spiritualità e ai motivi che ti hanno portato proprio a essere viaggiatore di questa terra. Diretto sotto una chiave estremamente lirica e simbolica, Borrero attraverso canti, litanie e lunghe inquadrature ci racconta del dolore immenso legato all’ostinato rifiuto di non voler perdere ciò che si ama.

RANG MAHAL – visto da Elena Saltarelli

Questo documentario di ben 27 minuti, diretto dal giovane regista indiano Prantik Basu (classe ’86) racconta come una tribù indiana di origini indigene (la tribù Santhali) mantiene dopo millenni una forte tradizione orale composta da miti e leggende circa la creazione del mondo e della natura da cui è sempre stata circondata. Un potente omaggio formale, denso di suggestioni visive e uditive; un viaggio dentro uno spicchio di civiltà da sempre poco indagato nelle ricerche culturali dell’Occidente.
La narrazione riprende il mito della Creazione del mondo, partendo dall’acqua e arrivando alla costruzione della prima casa, dal tetto formato da squame come quelle di un serpente; dalla donna e dall’uomo, nati dall’amore di due cigni, che diedero vita alla stirpe umana sulla Terra. Il mito viene accompagnato da immagini che lentamente si fondono l’una dentro l’altra, come gli elementi raccontati che per evolversi hanno necessità di mischiarsi tra loro. È evidente lo svolgimento quasi meditativo dell’opera; le parole della narratrice arrivano a confondersi con il paesaggio sottostante, in un interessante esperimento che evidenzia come la tribù Santhali sia indissolubilmente legata al ciclo naturale della vita, pervasa da un senso di appartenenza alla Terra da noi occidentali quasi dimenticato.
La riflessione successiva alla visione dell’opera scaturisce però totalmente dalla sensibilità del singolo spettatore: non è assolutamente la missione di Rang Mahal quella di sollevare dibattiti circa il modus vivendi delle persone in una determinata porzione del mondo, piuttosto essa è mostrare come queste persone vivono, in un’accezione totalmente scevra da ogni possibile interpretazione.

SOLAR WALK – visto da Sofia Brugali

Forme molteplici di continuità nello spazio e nel tempo, i personaggi di Réka Bucsi fluiscono senza una apparente causalità in un cosmo liquido e relativo, sereni nel loro scorrere ininterrotto e sconfinati nel loro immaginare e immaginarsi, inventare ed inventarsi. Non v’è paura, poiché non v’è aspettativa: la creazione è un processo continuo e casuale, ma perfettamente armonico. Ognuno, o meglio ogni cosa, compie il proprio viaggio abbandonato alla corrente del divenire, attore e spettatore di un panteistico universo.
Animazione e musica si fondono in un’esperienza astratta, sperimentale. Il suono dona concretezza all’immaginario della regista, ne definisce l’agire. Confonde e allo stesso tempo orienta lo spettatore… eppure non è imprescindibile: il cortometraggio sarebbe perfetto anche come visual di una festa sopra i 120 bpm.

THE FLOOD IS COMING – visto da Sofia Brugali

Gioco del caso o frutto dell’intenzione, nel titolo del cortometraggio animato di Gabriel Böhmer riecheggia l’espressione francese après nous, la déluge (“Dopo di noi, il diluvio”): una generale indifferenza nei confronti del futuro, che porta a scaricare le proprie responsabilità sulle generazioni venture; una condotta che Marx attribuiva a “tutti i capitalisti e gli stati capitalisti” e che il regista ci descrive nella sua riflessione sull’essere umano e la sua impronta ecologica, mediante la storia di un eremita e del suo occhio. La consapevolezza dall’arrivo imminente del diluvio, che si esprime nell’ossessiva ripetizione del minaccioso presagio, dà vita a due diversi atteggiamenti: quello legato alla quotidianità dell’asceta e quello più responsabile del suo occhio sinistro, che prende letteralmente corpo per costruire un rifugio sicuro. Due alternative che non possono coesistere: è così che dalla leggerezza dell’uomo divampa un incendio che brucia la foresta, atto finale della sua condotta egocentrica e distruttiva.

TIERRA MOJADA – visto da Sofia Brugali

“En Colombia no vamos a permitir que por unos pocos desadaptados se obstaculice el progreso y el desarrollo de nuestro Paìs.”
“In Colombia non permetteremo che a causa di alcuni disadattati si ostacolino il progresso e lo sviluppo del nostro Paese.”

Tierra Mojada è un breve capolavoro di contro-narrazione che ci racconta in modo semplice quanto intenso un mondo moribondo, ormai esangue: quello raccolto sulle sponde del fiume Cauca, ammantate di un brulicante verde. Colore che va cambiando nel corso del cortometraggio, assumendo prima i toni del rosa per poi spingersi all’altro estremo dello spettro luminoso, tingendosi di un azzurro spento sul calar della sera. Al mutare della foresta, anche la vita dei suoi abitanti viene stravolta e li vediamo, i “disadattati”, scegliere di morire con essa, se questo è il destino che le spetta. Così i figli del Cauca si fanno seppellire vivi, con l’aiuto di un ragazzino lacerato tra tradizione e modernità, costretto a definirsi in una delle opposte identità che lo frammentano. Si allontana piangendo, tra gli scoppi e le grida della guerrilla e il silenzio opprimente della selva, che tace ferita dalle motoseghe, araldi del Progresso: spianano la strada ad Hidroituango, il più grande progetto idroelettrico della Colombia. La potenza della sua avanzata riecheggia simbolicamente nel ruggire inquietante di un giaguaro, non in vista, ma presente, mentre la linfa scorre come sangue sulla corteccia di un albero.
Juan Sebastián Mesa porta sullo schermo l’ennesima tragedia che si consuma silenziosa e feroce a danno di uomo e ambiente. Vale la pena, a conclusa visione, di approfondire l’argomento.

UMBRA – visto da Elena Saltarelli

Umbra, cortometraggio sperimentale diretto dai giovani filmmaker tedeschi Florian Fischer e Johannes Krell, prende il nome dell’ombra scura che si forma al centro di un’eclisse durante il momento di maggiore copertura.
Un lavoro di insolita lunghezza (20 minuti circa) che ci regala una resa fotograficamente eccellente al servizio di un significato elusivo e che lascia alla sensibilità dello spettatore la chiave della comprensione finale.
La similitudine tra questo fenomeno naturale e l’ombra proiettata sulle superfici e tagliata dai fusti e dalle foglie degli alberi viene ripetuta con costanza meditativa, forse a suggerirci che lo spazio astrale, con i suoi eventi spettacolari e misteriosi, poco ha da invidiare agli eventi che ogni secondo si ripetono sulla terra, intorno a noi.
Come viene spiegato prima dei titoli di coda, l’intento di Krell e Fischer risiede soprattutto nella ricerca di un equivalente “naturale” alla camera oscura, una sorta di effetto ottico che siamo abituati a percepire come normale ma che ha le stesse caratteristiche intrinseche di un fenomeno raro come l’eclisse; ciò risiede nella luce riflessa sulla superficie dell’acqua, o le ombre fluttuanti e caleidoscopiche che filtrano tra le foglie.
L’esperienza visiva, unita a una campionatura accurata di suoni, si sublima in una sorta di viaggio che mette alla prova lo spettatore, la cui percezione, mediata dalla quotidianità e da convinzioni pregresse circa lo spazio attorno a lei, è costretta a ricalibrare i propri limiti e a vedere con occhi nuovi ciò che in realtà c’è sempre stato – era solo dato per scontato.

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