La settimana concortiana si apre col botto: hanno inizio oggi le proiezioni gratuite in serra a Palazzo Ghizzoni e l’inaugurazione è in gran spolvero grazie al Focus Russia (leggi qui le recensioni dei film)!
La serata al parco inizierà con Take me please, toccante animazione ungherese, e proseguirà con I signed the petition, del regista palestinese Mahdi Fleifel e La Bête, fiction francese dai toni atavici.
Tina ci porta in Croazia mentre Selfies – nomen omen – è una riflessione animata sulla pratica contemporanea dell’autoscatto; Todo se calma, opera prima della regista argentina Virginia Scaro, è una vicenda che ci invita a superare i nostri confini, volenti o nolenti.
Concludiamo con la vicenda familiare di Quelle cose brutte e l’animazione molto attuale di Tracing Addai.
Il Midnite Talk del boschetto alle 23.30 vedrà protagoniste le registe Estelle Gattlen e Sarah Rothenberger del film Braises, in selezione nel Focus Absolute Beginners. Al Teatro Serra inaugura la rassegna sperimentale Ubik e prosegue il Focus Uncanny Valley.
Non mancate.

Take me please  – Oliver Hegyi
Visto da Carlotta Magistris

Animazione a tratti distopica che abbraccia il tema della solitudine dopo la fine dell’amore, Take me please indaga e rappresenta con efficaci metafore colorate e psichedeliche l’incapacità personale di un uomo di relazionarsi di nuovo alla propria emotività negli spazi di realtà che continuano a presentarsi giorno per giorno. Dal classico incontro al supermercato con lei e il nuovo ragazzo, allo sforzo di un nuovo coinvolgimento emotivo, alla sensazione di morte e a quella di rinascita, la mente viaggia su binari veloci e autodistruttivi alla ricerca di
un sollievo o una parvenza di benessere che non sembrano più fatte per attraversare la propria interiorità e portare ad un lieto fine anche solo apparente.

I signed the petition – Mahdi Fleifel
Visto da Yorgos Kostianis

Nelle prime ore del mattino, un Palestinese assalito dall’ansia chiama un suo amico ancora mezzo addormentato. Inaspettatamente, il motivo della sua preoccupazione è un concerto dei Radiohead. Era uno di quelli che avevano firmato la petizione per boicottare il concerto in Israele. Le inquadrature traballanti nella sua stanza soleggiata a Berlino esprimono quanto il protagonista sia divorato dal dubbio e dal panico di finire in qualche lista nera e di non poter tornare nella propria patria.
Durante la loro conversazione percepiamo in prima persona la decostruzione di ciò che si prova ad essere un palestinese circondato dalla politica moderna e l’amarezza che si nasconde dietro la sua scelta.

La Bête – Filippo Meneghetti
Visto da Elena Saltarelli

Atmosfere esoteriche e antiche: questo il cortometraggio di Filippo Meneghetti. Diciotto minuti di stasi, di suspence snocciolabile a ogni granello di rosario, a ogni sguardo spaventato, e ogni foglia alzata da passi svelti e tesi.
Un’opera “di altri tempi”; come di altri tempi è l’estrema accuratezza scenica, a partire dai costumi e dai volti, arrivando alla lingua parlata, il bretone, perfettamente in linea con l’immaginario evocato in ogni scena. Il nipote di un vecchio pastore, seguendo una capra nel fitto del bosco, cade in una buca nel profondo della foresta. La buca del Diavolo, si dice; in un villaggio in cui il tempo è scandito solo dai rintocchi della campana, ciò ha un significato importante e incontestabile. Il bambino è stato preso dal Diavolo. Solo il vecchio pastore decide di fare qualcosa, mosso  dall’amore per il piccolo, più grande del terrore per il Satana incontentabile e trasformista. Un corto che muove con i ritmi della natura, una natura poco amica e sfuggente, in un atmosfera pesante e densa di umidità e paura. Una scelta registica che ha portato un significato preciso a ogni singola azione e movimento, come dovrebbe essere in ogni cortometraggio, in cui il tempo è parte stessa della scelta cinematografica e narrativa.

Tina – Dubravka Turic
Visto da Elena Saltarelli

Così come in Belladonna (2015) l’universo femminile ritorna ad essere protagonista nel terzo cortometraggio della regista Dubravka Turić. Con fare voyeuristico e indiscreto allo stesso tempo, la telecamera si addentra nell’appartamento di Tina, con il timore di violare un silenzio casto e religioso. Mentre fuori dalla finestra ci si prepara all’inizio del nuovo anno, nell’appartamento di Tina tutto sembra appartenere al passato, ancorato ad una felicità svanita. Nessuna voce off, nessun dialogo, ma un’immediata immedesimazione: forse l’unico modo per penetrare la psiche femminile è osservare da lontano. L’aria si fa pesante di una piacevole desolazione, di un malessere necessario, dell’intimità di cui ogni donna ha bisogno per conoscere se stessa.

Selfies – Claudius Gentinetta
Visto da Yorgos Kostianis

Che piaccia o meno, i selfie sono ormai parte integrante e aspetto interculturale della nostra vita quotidiana. In tre minuti frenetici, Claudius Gentinetta riesce a condensare questo delirio mediatico attraverso un percorso caleidoscopico fatto di autoritratti digitali, rielaborati artisticamente, che vanno dal quotidiano allo stupido, fino ad arrivare, inevitabilmente, all’inquietante.

Todo se calma – Virginia Scaro
Visto da Margherita Fontana

Un corto essenziale nella fotografia e fisico nell’interpretazione, Todo se calma mette in scena la “lotta contro gli elementi” combattuta da una donna che si è trincerata nella sua casa. Prepararsi per uscire, o anche solo per aprire la porta al fattorino delle consegne, è un’impresa impossibile, veramente troppi gli ostacoli da affrontare. Un ritratto surreale di una sensazione verissima, quella che trasforma il terreno domestico in un campo minato irto di insidie attraversato quotidianamente con fatica.

Quelle cose brutte- Loris Giuseppe Nese
Visto da Margherita Fontana

Non si possono scegliere i propri genitori, o il posto in cui si nasce. Può quindi accadere di dover stare in silenzio insieme alla propria madre, desiderando tuttavia di trascorrere più tempo con un padre che nasconde un rapporto extraconiugale (omosessuale). Sono queste, “quelle brutte cose”, etichetta sbrigativa, quanto violenta, imposta dalla madre della giovane ragazza protagonista alla vita del suo papà. La sua voce attraversa il cortometraggio ricordandoci di non identificarla con quella dell’autore: un invito a viaggiare in un piccolo universo reale fatto di frammenti di memoria e finzione.

Tracing Addai – Esther Niemeier
Visto da Vanessa Mangiavacca

Cosa spinge un ragazzo a raggiungere volontariamente la Siria per combattere lo Stato Islamico? È la domanda ossessiva e disperata che si pone la madre di Addai. Poco più che ventenne Addai decide di lasciare il proprio paese, la Germania, per divenire foreign fighter e sposare una causa lontana, appartenente ad una cultura opposta. Addai cerca un proprio posto all’interno di una società che non è la sua, vestendosi di un ideale lontano dalle proprie radici occidentali.
Esther Niemeier sceglie un formato ibrido, in cui le testimonianze si fondono tra loro grazie a un’animazione camaleontica. La mancanza di materiale filmato viene così sapientemente colmata con una tecnica inusuale per questo genere di documentario, ma che funziona: il rotoscoping. Ogni immagine diviene così incredibilmente concreta, cruda, seppur fittizia. Niemeier e la madre di Addai, in una simbiosi perfetta, raccontano in prima persona un fenomeno complesso, considerato ancora un tabù, che coinvolge la nostra società. Una storia intima raccontata con estrema lucidità che assume un significato universale, che descrive il dramma di una generazione perduta il cui desiderio è sentirsi chiamare eroe.

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