Giro di boa per Concorto 2017 e giornata molto intensa tra industry meeting e proiezioni fino a notte fonda.
Alle 14.45 a Palazzo Ghizzoni Nasalli si terrà la seconda giornata de The Summer Connection, dedicata oggi all’annosa questione della distribuzione dei cortometraggi. A seguire, alle 18 nella serra del Palazzo verranno proiettati corti delle scuole di cinema argentine nell’ambito del progetto El Cine es un Puente en el Oceano.
L’intensa serata di proiezioni inizierà come di consueto alle 21 con un cortometraggio del concorso BORDERS: De l’autre rive di Jean-Claude Banys (qui la recensione). Proseguiamo poi con il velocissimo ed esistenzialista cortometraggio svedese Where did it all start? di Tobias Anderson, a cui seguirà Mon Homme (Poulpe) di Stéphanie Cadoret, una riflessione onirica su rapporti a volte troppo “stretti!. Ruah di Flurin Giger racconta quattro storie apparentemente non collegate tra loro ma unite da un finale atteso temuto al tempo stesso, mentre l’animazione Kukushka di Dina Velikovskaya è una piccola perla commuovente dedicata a chi è rimasto bambino. Torniamo bruscamente alla realtà con We The Others del greco Nikos Gkoulis, che ci mette di fronte a un fin troppo contemporaneo spaccato di realtà. Concludiamo con Green Screen Gringo di Douwe Dijkstra, un viaggio tra il documentaristico e lo sperimentale nel Brasile di oggi, e Inconvenient Comfort di Ádám Fillenz, una acuta riflessione sull’immobilismo contemporaneo.
I cinefili notturni avranno pane per i loro denti con la rassegna UBIK in serra alle 23:30 (qui le recensioni) e la terza parte dei corti horror, splatter e altre amenità di DEEP NIGHT (qui le recensioni). Nel frattempo, nel boschetto, Sven dj direttamente dall’Internationales Kurzfilmfestival di Amburgo!
A seguire, intervista a Ely Chevollit, regista di Ce qui échappe e recensioni del giorno!

Where did it all start? – Tobias Anderson
Visto da Elena Saltarelli

Questo cortometraggio animato straordinariamente breve – un minuto e dieci secondi – esiste al solo scopo di porci questo interrogativo: da dove è iniziato tutto questo? Colori accesi, figure che rievocano lontanamente personaggi hitchcockiani chiaramente apprezzati da Anderson, atmosfera innervata da un allure esistenzialista utile al concepimento di uno scambio verbale di tale portata; questi sono gli ingredienti di tale micro-film. Fondamentale è il perfetto bilanciamento tra il peso della parola e il peso del silenzio e concreta è la risposta che ci perviene – ovvero che non esiste risposta.

Mon Homme (Poulpe) – Stéphanie Cadoret
Visto da Carlotta Magistris

Cortometraggio d’animazione del 2016 diretto da Stéphanie Cadoret e presentato in anteprima italiana alla sedicesima edizione di Concorto, Mon homme (poulpe) è un visionario lavoro di sette minuti su una donna che di ritorno a casa, nel suo ambiente intimo, spogliandosi e immergendosi in una vasca da bagno scivola in un abisso marino che viene individuato come il reale aspetto del suo appartamento, ambientazione adatta per la sopravvivenza del suo compagno: un polipo con dei tentacoli lunghi e invasivi, ai quali è difficile sfuggire e ai quali lei si abbandona con una certa remissività. Tornando il giorno dopo alla sua quotidianità, la protagonista è costretta a coprirsi con la camicia i segni che porta sul corpo di questo insolito rapporto sottomarino. Una efficace metafora visiva di un rapporto di coppia che porta i segni di una morbosità affettiva.

Ruah – Flurin Giger
Visto da Silvia Alberti

Presentato alla 73esima mostra del cinema di Venezia, in Ruah il regista Svizzero Flurin Giger (in ebraico “vento/respiro”) racconta quattro storie apparentemente non collegate tra loro. Lungo tutta la pellicola è presente un’atmosfera ricca di tensione, di cui lo spettatore non conosce il reale motivo. Quest’ultimo dunque, entra in medias res, quando ormai le diverse situazioni risultano immodificabili. Se nessun potere è dato allo spettatore, altrettanto impotenti sono i protagonisti stessi. Infatti, come ci si dovrebbe comportare quando si è consapevoli che sta per accadere qualcosa di enorme ed irreversibile? Una cosa è sicura: Ruah riuscirà a tenervi attaccati allo schermo.

Kukushka – Dina Velikovskaya
Visto da Silvia Alberti

Da una animazione ci possiamo aspettare tante cose; ma ci stupiamo sempre quando un genere pensato per un pubblico piccolo, dà voce alle riflessioni e alle esperienze dei grandi. Kukushka è un uccello che viaggia solo, inseguendo il sole. Ne subisce un fascino tale che anche se non riesce mai a raggiungerlo, si mette in cammino ogni giorno. Cosa succede però se a viaggiare si diventa improvvisamente in due? La prospettiva cambia, senza che noi ce ne accorgiamo. Che sia la nascita di un figlio, un incontro casuale, l’unione con un altro essere: lo scopo del viaggio cambia. E chissà se sarà proprio il nuovo arrivato a trasformarsi nel nuovo sole. Una piccola perla commovente, direttamente dalla fredda Russia.

We The Others – Nikos Gkoulis
Visto da Yorgos Kostianis

“Sei dei nostri o uno degli altri?” questa la domanda retorica che funge da tema centrale del film. Ciò che è cominciato come un gioco spensierato di due colletti blu in realtà incapsula la terribile gravità della crisi economica che affligge il popolo greco e gli inevitabili conflitti sociali che essa ha attirato sul paese. Nikos Gkoulios e la sua squadra, ci lasciano sbirciare in questa realtà sconvolgente attraverso gli occhi di un magazziniere greco che è stato “lasciato a casa”, a Natale, dalla Liber Hellas, la multinazionale per la quale lavora. L’ultimo compito affidatogli prima di ricevere la busta paga è quello di travestirsi da Babbo Natale per una recita natalizia sponsorizzata dall’azienda. Il film offre uno sguardo pungente sull’acuta austerità economica imposta al paese; una nuova sorta di regime oligarchico moderno, nel cui un contratto di lavoro trimestrale viene considerato l’equivalente di vincere la lotteria, e dove la gente, esausta dallo sfruttamento e della strumentalizzazione che subisce, comincia a considerarsi appartenetene a una comunità di “Altri” che combatte contro un sistema truccato, progettato da “Loro”.

Green Screen Gringo – Douwe Dijkstra
Visto da Elena Saltarelli

L’ultima fatica di Dijkstra lo vede turista in un contemporaneo Brasile, nascosto dietro uno schermo verde cinematografico e con l’onorevole obiettivo di documentare la vita che a quello schermo passa davanti. Il risultato è una felice commistione di eventi e di tipi umani, che evidenzia (inconsapevolmente?) il portato socio-politico e culturale e le abissali incongruenze del Paese che vivono. Un mirabile lavoro di post-produzione vuole letteralmente mischiare e decontestualizzare le realtà brasiliane, unendo un Paese che racchiude in sé divergenze estreme; GSG si giostra tra il documentario e lo sperimentale, così come tra la borghesia e le favelas, tra il profano involgarito e la storia velata di alterigia. Unisce senza toccare, lascia parlare gli altri rimanendo sul fondamentale leitmotiv shakesperiano per cui totus mundus agit istrionem.

Inconvenient Comfort – Ádám Fillenz
Visto da Margherita Fontana

Annabelle soffre da un anno e mezzo di dolori alle gambe e si sente per questo costretta a utilizzare una carrozzina meccanica per spostarsi. La donna non si rende conto che a costringerla non è la malattia, ma il suo rifiuto di relazionarsi con le persone che la circondano. Una serie di eventi la metteranno di fronte alla sua crescente solitudine e la porteranno a prendere in mano la sua vita. L’opera del regista ungherese Fillenz, presentato a Concorto in prima italiana, può forse essere letta come un’allegoria degli inconvenienti a cui si va incontro quando, per proteggersi dalle delusioni, ci si rifugia in una comfort zone di indifferenza. A suggerire questa chiave di lettura sono alcune scene che ritraggono Annabelle e suo marito: forse non è un caso che le banali conversazioni quotidiane della coppia si svolgano davanti a un televisore che trasmette notizie sulla guerra in Siria. Un monito ai rischi che si corrono quando ci si mette a riparo dall’empatia.

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