A cura di Vanessa Mangiavacca

Dio è donna e si chiama Petrunya rieccheggia il toccante cortometraggio proiettato a Concorto nel 2018 all’interno della rassegna Mirrors, ovvero Would You Look at Her di Goran Stolevski.

Vanessa Mangiavacca si è cimentata con il lungometraggio della regista Teona Strugar Mitevska e ci mostra un altro femminismo, quasi inconsapevole, istintivo.

Dio è donna e si chiama Petrunya 

L’obbedienza comporta molte meno conseguenze della dissidenza. Spesso un gesto ribelle avviene per istinto: se pensassimo a cosa esso potrebbe comportare, non alzeremmo mai il capo. Quando Petrunya (Zorica Nusheva) si getta nelle acque gelide del fiume per recuperare la croce gettata dal Pope, secondo un antico rituale religioso che si svolge tutti gli anni in Macedonia nel mese di gennaio, non ha la minima idea di quello che sta facendo. Chi riuscirà a recuperare per primo la croce, avrà un anno di ricco di fortuna, ma si tratta di un privilegio riservato esclusivamente agli uomini. Le ripercussioni di quel gesto inconsapevole, di quell’intima rivolta, mostreranno il vero volto della Macedonia di oggi, una società altamente patriarcale, che regge ancora le proprie fondamenta su un modello clericale medievale e rifiuta il cambiamento.
Legge e Religione si trovano chiuse in una stanza (quella del commissariato in cui Petrunya è costretta a passare la notte): soverchiandosi, dimostrano la propria mediocrità e contraddizione; vacillano di fronte al coraggio e alla determinazione di Petrunya. La mitezza della protagonista intenzionalmente si oppone a quella mandria maschile, indemoniata e ferina, che aspetta fuori dalla centrale di polizia per rivendicare la croce. Il film denuncia (senza però approfondire) l’autoritarismo, la religione imperante e le discriminazioni di genere che zittiscono la volontà di molte donne balcaniche.

Mentre oggi ci viene suggerito un solo tipo di femminismo, declamatorio, spiccio, omologato, al quale noi donne sentiamo spesso il dovere più che la necessità di aderire, Petrunya ci mostra un altro modo d’essere. Non è una femminista in senso retorico, non vuole essere modello di ribellione, non vuole aizzare folle e rifiuta la stampa. La sua resistenza è sinonimo di una lotta più profonda, di una donna che vuole vedersi riconosciuto uno dei diritti fondamentali, quello alla felicità.
La storia di cui racconta Teona Strugar Mitevska è tratta da un vicenda di cronaca, avvenuta nel 2014 nella cittadina di Štip. Da guardare durante queste feste, magari con quel parente serpente che non ha la minima idea di cosa accada al di là della staccionata di casa.

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