Questa sera a Parco Raggio la selezione dei cortometraggi in concorso è arricchita da un evento speciale, la proiezione del documentario Picó – Un parlante de Africa en America diretto dagli “Invernomuto”, consolidato duo artistico composto da Simone Bertuzzi e Simone Trabucchi. Dopo l’opera concettuale Negus dedicata ai sound system giamaicani, gli “Invernomuto”, insieme a Jim C. Nedd si confrontano con la cultura visiva e musicale dei picos di Barranquilla, nel nord della Colombia. Abbiamo intervistato Simone Bertuzzi che ci ha parlato delle origini del progetto e del significato dell’opera per il duo artistico.

“La scelta di occuparci di questo tema nasce da nostri interessi personali. Ci siamo sempre interessati ad alcuni discorsi e sottoculture musicali e soprattutto al modo in cui queste si rappresentano. “

-Da quale idea siete partiti per realizzare il documentario? Perché avete scelto il tema dei picos?

Il film è nato da una commissione di Plusdesign, una galleria di Milano, sulla scia di una serie di ricerche che avevamo già fatto da circa due o tre anni precedenti sulla scena dei sound system del nord della Colombia e dei picos. Ne abbiamo parlato con la galleria più volte e ad un certo punto hanno deciso di commissionarci questo documentario.

-Da cosa è nato il vostro interesse per la cultura picó?

La scelta di occuparci di questo tema nasce da nostri interessi personali. Avevamo già fatto un altro film prima, Negus, sui sound system giamaicani. Ci siamo sempre interessati ad alcuni discorsi e sottoculture musicali e soprattutto al modo in cui queste si rappresentano. Il tema dei picó ha delle specificità particolari, a partire dalla pittura che utilizzano su tutti i sound system. Il documentario cerca di analizzare tutto lo spazio sociale che si crea intorno a quel fenomeno musicale.

“Anche in Pico abbiamo voluto inserire delle parti di soli suono e immagine, che raccontano quella realtà in una maniera più astratta e non necessariamente documentaristica in termini classici. “

-Dal vostro punto di vista di artisti visivi, che cos’è per voi il cinema documentario?

In questo caso definiamo Pico un documentario, dal momento che racconta un soggetto molto preciso nelle sue sfaccettature. Cerchiamo anche da un punto di vista narrativo di coprire il più possibile all’interno del film tutti gli aspetti che compongono quella cultura.
Noi veniamo dal mondo delle arti visive e lavoriamo soprattutto nel mondo delle arti visive. Il linguaggio cinematografico che utilizziamo molto spesso è più visivo, sonoro, astratto. Quindi anche in Pico abbiamo voluto inserire delle parti di soli suono e immagine, che raccontano quella realtà in una maniera più astratta e non necessariamente documentaristica in termini classici. Il nostro film precedente, Negus, era molto più aperto da un punto di vista narrativo, non lineare. Passava da un argomento all’altro in maniera molto più libera come se fosse un film sperimentale. Non abbiamo mai definito Negus un documentario, al contrario di Pico che nasce da una commissione. Era una necessità reale quella di raccontare quella storia in tutti i suoi aspetti, anche attraverso interviste frontali.

Intervista a cura di Margherita Fontana

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