Roma, di Alfonso Cuarón, è salito all’onore delle cronache per vari motivi: per essere stato distribuito da Netflix, per aver vinto il Leone d’Oro a Venezia; noi – da cinefili – ve ne parliamo per quello che è: un film con l’ambizione di essere un’opera cinematografica totale, un tentativo di cinema larger than life che da anni non faceva la sua comparsa sui nostri schermi.

A voi due recensioni ispirate di Sofia Brugali e Margherita Fontana.

Roma – visto da Sofia Brugali

Roma, vincitore del Leone d’oro alla settantacinquesima Mostra d’arte cinematografica di Venezia, è un progetto ambizioso e del tutto personale, tant’è vero che il regista è intervenuto in tutte le fasi della creazione filmica, dalla stesura del copione alla post-produzione. Una tale cura deriva dalla natura semi-autobiografica del film, che affida alla memoria il compito di raccontare un frammento dell’infanzia di Cuarón, sulla base dei ricordi del regista, ma anche delle testimonianze dei fratelli e della bambinaia. È una “meglio gioventù” mesoamericana in cui storia personale e storia del mondo si mescolano inesorabilmente, si sfiorano, ma rimangono quasi sempre su piani distinti: in primo piano seguiamo – letteralmente, nel movimento delle camere da presa – le vicende della famiglia del regista, che vive nel quartiere Colonia Roma di Città del Messico insieme alla tata mixteca, mentre sullo sfondo rimangono i fermenti del Paese nei primi anni Settanta. La vita quotidiana è dipinta con estremo realismo e con una crudezza che risalta nella scelta del bianco e nero, l’ennesimo indizio di come i fatti narrati appartengano al passato, ma
vengano ora ripresi e analizzati dal Cuarón adulto, che li rielabora nello strumento digitale. I temi rappresentati sono i più svariati, ma ciò che più mi ha colpito è la dignità della protagonista per eccellenza, Cleo, stretta nella condizione di donna, indigena e domestica, ma non per questo motivo sminuita nella propria umanità: è lei il personaggio che più mi ha coinvolto e per cui ho più sofferto, nonostante il divario tra memoria e presente si risolva in un certo distacco tra fatti narrati e spettatore.

Roma – visto da Margherita Fontana

Ci vuole maturità per parlare dell’infanzia: ad Alfonso Cuarón ci sono voluti 12 anni per realizzare Roma, opera grandiosa dedicata alla vita della sua tata. Quella di Cleo è una storia comune, quella di una giovane donna incinta lasciata sola, ma circondata dall’affetto della sua famiglia “adottiva”. Le agitazioni sociali della classe operaia e studentesca, gli attentati, il vuoto morale dell’alta borghesia fanno da sfondo ad un toccante racconto della complessità della condizione femminile: Cuarón ci chiede di riflettere su cosa fa di noi madri, sorelle, compagne di vita. Raccontando il suo mondo personale, apre uno spaccato sulla profondità universale dell’umano, su quell’insieme di dolore e bellezza che è la nostra esistenza. Un progetto così ambizioso non poteva che essere portato a termine con strumenti degni di questa magniloquenza: il film è girato in 65mm, un formato grande e spettacolare, in un bianco e nero contemporaneo, per usare un aggettivo usato dal regista. Spiace dirlo agli abbonati di Netflix che non siano andati al cinema, ma Roma andava visto sul grande schermo, per esplorare ogni angolo dei piani-sequenza, per godere dell’ampiezza delle inquadrature, per sentire una sala piena ammutolire, per apprezzare il complesso design del suono scelto dal regista per rendere la vivacità degli ambienti della sua città natale. Un’esperienza cinematografica che non può lasciare indifferenti.

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