Puntuale come le tasse, è arrivato anche quest’anno il nuovo film di Woody Allen. Tinte più fosche e al centro una decadente Coney Island anni ’50; Kate Winslet, Jim Belushi e la fotografia di Storaro bastano a farci sfidare il freddo sovietico per avventurarci al cinema? Beh, parte della redazione di AsinoVola l’ha fatto, e a quanto pare n’è valsa la pena. E poi, come dice Alessandro Zucconi, mitica colonna di Concorto: “vedere un film di Woody Allen è terapeutico; magari il film è brutto, però sedersi in sala, riconoscere il font dei titoli di testa, l’immancabile jazz anni ’30… tutto questo è davvero rasserenante”.

WONDER WHEEL – visto da Margherita Fontana

Il Woody Allen di quest’anno è un film personale e oscuro nonostante le intense luci di Vittorio Storaro (qui alla seconda collaborazione con il regista). Allen rende omaggio a un altro angolo di New York, Coney Island, con le sue spiagge, il suo parco divertimenti e la Wonder Wheel che ancora oggi fa parte dello skyline della città. Siamo negli anni ’50 e il declino di questo sfavillante quanto pacchiano luna park sembra inarrestabile; qui vivono Ginny (Kate Winslet), ex attrice e oggi cameriera, insieme al figlio avuto dal precedente matrimonio, il cinefilo e piromane Richie e il marito Humpty (Jim Belushi), giostraio ubriacone e pescatore a tempo perso. La logorante routine della coppia è sconvolta dall’arrivo della figlia di Humpty, Carolina, in fuga dall’ex-marito malavitoso. Nel frattempo Ginny, donna frustrata e perennemente sull’orlo di una crisi di nervi, comincia una relazione con Mickey (Justin Timberlake), giovane bagnino nonché narratore della storia. Nel corso dell’opera, questo triangolo emotivo e sentimentale si stringe attorno a Ginny, la quale è infine chiamata dalla vita (e dal narratore?) a interpretare il ruolo del protagonista tragico responsabile della sua rovina morale. Il film è infatti raccontato da un narratore, il bagnino Mickey, che tutto vede dalla sua postazione di controllo, tematizzando e intensificando le emozioni dei protagonisti. Non a caso tra i temi che il film affronta c’è quello della finzione, intesa come dramma (fiction), ma anche come la recita quotidiana ciascuno di noi mette in scena per sopravvivere. La finzione è un ripiego, un’arma seduttiva, ma anche un rifugio, come lo sono gli spettacoli cinematografici a cui il piccolo Richie assiste per placare i suoi istinti da piromane. Lo spettatore stesso non è posto di fronte a una vicenda presentata nella sua realtà, ma a un dramma archetipico esaltato nella sua componente emotiva. Essenziale da questo punto di vista è la fotografia di Vittorio Storaro: le luci rosse, blu, estremamente calde o estremamente fredde colorano i dialoghi e contrappongano l’innamoramento nascente di Carolina per Mickey alla delusione amorosa di Ginny, tradita ancora una volta. Si tratta inoltre di un’opera molto personale che inscena un legame quasi romantico tra un padre e una figlia e una donna di mezza età in crisi incapace di gestire la situazione (tutti ricorderanno il matrimonio di Allen con la figlia adottiva di Mia Farrow, Soon-Yi Previn). Allen sembra forse chiedere indulgenza allo spettatore esplicitando che il suo non è che il punto di vista di un narratore amante dell’Edipo e di Eugene O’Neill che scruta la vicenda dall’alto della sua postazione di superiorità (morale). Non all’altezza di alcune ultime prove di Woody Allen (e penso soprattutto a Blue Jasmine), Wonder Wheel può essere denigrato come l’ennesimo esercizio stilistico del regista ottantaduenne o apprezzato come una tragedia contemporanea incentrata sulle eterne questioni dell’amore, della gelosia, della vecchiaia e della colpa. Grandissima interpretazione di Kate Winslet e un Jim Belushi perfetto nella parte del pescatore burbero e ubriacone.

WONDER WHEEL – visto da Elena Saltarelli

L’ultimo film di Woody Allen, ambientato in un’ormai decadente Coney Island degli anni ‘50, si svolge interamente all’ombra della maestosa Wonder Wheel, guardiana colorata e rumorosa delle vite dei personaggi descritti.
Vediamo le vite di Ginny (Kate Winslet), che da attrice è finita a fare cameriera in un ristorante sul lungomare; di Humpty (Jim Belushi), suo marito, giostraio che quando beve diventa violento; di Carolina (Juno Temple), la sua bella e svampita figlia, che scappa da un matrimonio fallito con un boss mafioso. Cicerone da spiaggia è Mickey (Justin Timberlake), che ama prima Ginny e poi Carolina, e che in fondo è innamorato solo di sé stesso.
Una commedia amara che scoperchia tutte le nevrosi di un mondo colorato solo in superficie, e che Woody Allen è così bravo a esprimere.
L’atmosfera ricorda le sognanti scenografie di Wes Anderson, in un andirivieni di dolore allegro, di litigi teatrali e di corteggiamenti superficiali, che nascondono una grande solitudine, stridente con il divertimento a poco prezzo che l’America è sempre in grado di garantire.
E quindi non ci si stupisce se il figlio più piccolo della coppia scappa per andare al cinema e dà fuoco agli oggetti; non ci si stupisce se la madre lo sgrida ma poi lo appoggia, perché la speranza di una vita nuova rimane anche quando in realtà non c’è più.
Questa ruota panoramica di emozioni ci fa riscoprire un Woody Allen dei tempi migliori, esaltato da una fotografia magniloquente, e da un dialogo incessante e nevrotico, che ci regala la calma solo in riva al mare, e solo quando tutte le luci sono spente.

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