a cura di Yorgos Kostianis

La storia dell’umanità è, quasi totalmente, una narrazione di progetti falliti e speranze deluse – e il cinema non potrebbe che viaggiare sulla stessa linea. Spesso e volentieri i registi più stimati vengono associati, quasi esclusivamente, con il loro magnum opus; le filmografie ragguardevoli però, proprio come le frittate, non si possono fare senza rompere le proverbiali uova. In questa rassegna di Greenhouse Cinema vedremo un po’ cosa è saltato fuori quando David Lynch ha deciso di buttare nella sua padella l’epopea fantascientifica che è Dune.

Per comprendere l’impresa titanica che è l’adattare Dune per il grande schermo, bisogna prima ripercorrere la sua storia di fallimenti.
All’incirca 50 anni fa, lo scrittore americano Frank Herbert dava alle stampe il primo volume della saga di Dune. Una densissima space opera di livelli omerici, ambientata su diversi pianeti – ciascuno con la propria cultura e costumi – che si confronta con l’evoluzione, l’etologia, la sopravvivenza stessa della razza umana ma soprattutto con l’intreccio tra le religioni organizzate, la spiritualità e il potere.
Il ciclo di romanzi racconta la saga di guerra tra famiglie nobili per il controllo dell’arido e sabbioso pianeta Arrakis, anche noto come Dune, sulla superficie del quale cresce Melange, la sostanza più bramata dell’universo che dà agli uomini la facoltà di aprire i propri orizzonti mentali, conoscere il futuro, acquisire le capacità per manovrare le immense astronavi che garantiscono gli scambi tra i mondi e la sopravvivenza stessa dell’Impero.
Questo caposaldo futuristico è considerato uno dei vertici della lettura sci-fi di tutti i tempi e dal suo immaginario hanno attinto a piene mani nomi storici da Steve Jobs a Stephen Spielberg, da George Lucas a George R.R. Martin. Nonostante il suo innegabile impatto però, si è dimostrato decisamente più facile farsi ispirare dalla saga che provare a tradurla in un linguaggio che non è il suo.

Il primo ad assumersi il compito erculeo di adattare Dune per il cinema è stato Alejandro Jodorowski.
Quando Jodorowski ha incontrato il romanzo di Herbert, il 1973, fu colpito dalla visionarietà dell’opera. Essendo all’apice della sua carriera di cineasta, il regista ha cominciato a radunare una impressionante quantità di talenti per tutti gli aspetti del progetto (Pink Floyd, Mick Jagger, Tangerine Dream, Salvador Dalí, Moebius). Hollywood invece rimase fredda al suo progetto megalomane, condannandolo a rimanere per sempre sospeso, incompleto e ammirato.

Un decennio dopo, il testimone è stato passato a David Lynch e al produttore italiano Dino De Laurentiis.
Secondo Lynch, De Laurentiis l’ha scelto perché, nella sua testa, ha fatto uno strano parallelismo tra le visioni da incubo di Elefant Man e la mitologia cupa di Dune. Questo progetto triennale invece era destinato a diventare l’incubo personale di Lynch stesso.
A causa dei forti tagli della produzione, il film si è rivelato un colossale flop, portato in Italia da De Laurentiis in una versione mutilata e disconosciuta dal regista, che non ha convinto né il pubblico che i critici. A prescindere da tutto ciò, Lynch non ha mai ripudiato questa sua fuorviante opera, considerandola, con il senno di poi, una esperienza enormemente istruttiva per la sua carriera.

Dai fallimenti del passato si possono sempre trarre degli insegnamenti. Insegnamenti ai quali speriamo che presterà attenzione l’ultimo sfidante di Dune, Denis Villeneuve, con un progetto che sta prendendo sempre più forma, attirando celebrità eclatanti (Timothée Chalamet, Javier Bardem, Josh Brolin, Charlotte Rampling, Stellan Skarsgard) come falene verso la fiamma. Accompagnateci allora stasera in questo piccolo viaggio nel tempo, a indagare con occhio critico su come i fallimenti del passato possano illuminare la strada verso i successi del futuro.

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