Sebbene decimata da malattie e gorgoni lavorative, la redazione di AsinoVola è riuscita a sfuggire per qualche giorno al logorìo della vita moderna presenziando al trentacinquesimo Torino Film Festival. Anche quest’anno il TFF si conferma ricettacolo di film folli, fuori dagli schemi, paradiso dei cinefili senza macchia e senza paura. Noi della redazione abbiamo scorrazzato in tutte le sezioni del festival, dai film in concorso a “Festa Mobile”, “Onde”, “”TFF Doc” etc.. e non ci siamo fatti mancare neppure la gattara sezione di film fuori concorso “Non dire gatto…”. Sebbene la nostra permanenza non sia durata più di un fine settimana abbiamo spremuto le nostre diottrie in plurime sessioni filmiche, a seguire le nostre umili opinioni.

2557 – Roderick Warich
Visto da Virginia Carolfi

Film appiccicoso come pochi, 2557 è il perfetto esempio di una storia occidentale in estremo oriente, più precisamente in Thailandia. La trama è semplice: due vitelloni tedeschi credono di aver trovato l’El Dorado, si innamorano della stessa donna, spariscono dei soldi, la mafia locale decide di levarseli dai coglioni. Un film supponente e livido, composto da una umanità notturna e sospesa, che sublima nello smartphone ogni rapporto umano, filtrato attraverso noiosissime chat su what’s app. L’evidente noia provata dai personaggi si trasmette in modo così forte allo spettatore che, per quanto mi riguarda, ho pensato alle bollette da pagare dal minuto due in avanti. Alla fine non si può che patteggiare per gli imbranati mafiosetti di Bangkok, che hanno tutto il diritto di volersi liberare di due tedeschi in sovrappeso, attaccabrighe e violenti, del tutto persi nell’immobilità dell’oriente.

Voto: 4

Archipelago – Camilla Insom, Giulio Squillacciotti
Visto da Virginia Carolfi

Archipelago ci mostra (viva Iddio!) un Iran diverso dal solito, lontanissimo dalla caotica e inquinatissima Teheran che sembra imperare in ogni opera cinematografica che abbia a che fare con la Persia. L’algida regia di Insom e Squillacciotti ci porta in un arcipelago di isole nel Golfo Persico, crocevia tra Paesi Arabi, Africa e Iran, in cui la popolazione – come sempre accade nei luoghi in cui il vento la fa da padrone – mostra qualche segno di follia. Ma è una follia ben conosciuta dai vecchi del paese, si tratta dei Bād (letteralmente “vento”), sorta di spiriti familiari con personalità molto distinte e peculiari, che in caso di contrasti, malattie o simili, saltellano da un corpo all’altro provocando strani sogni, malinconia, depressione, ansia e inquietudine. Lo stesso vale per i Jinn, che in questo caso non sono che le manifestazioni terrene degli abitanti del sottosuolo (o “sottosopra”, come i fan di Stranger Things direbbero). Unico modo per liberarsi da queste presenze è partecipare alla cerimonia dello Zār in cui, grazie all’incessante intrecciarsi dei canti e delle percussioni, i “posseduti” possono espellere dal proprio corpo l’intruso. Tutto questo ci è mostrato con lucidissima chiarezza da Insom e Squillacciotti, che trattano un tema spinoso e vecchio come il mondo con la stessa freddezza con cui un chirurgo si accinge a operare a cuore aperto. Un film tenuto insieme da un’unità cromatica fatta di cieli grigio-azzurri, dune ocra e tessuti bianchissimi, quasi abbacinanti; nessuna sbavatura, nessuna concessione al patetismo o al “teatro”. Allo stesso tempo, nessun cuore. Forse nel timore di esagerare e cedere al sentimentalismo, oppure consapevoli di voler mantenere uno sguardo esterno – occidentale e contemporaneo – su queste pratiche ancestrali, i due registi fanno trapelare solo in qualche veloce inquadratura l’amore e la fascinazione provata nei confronti di questi luoghi. Ma in fondo è giusto così: cosa può fare un europeo di fronte al Rito dello Zār se non guardare, dubitare, ricredersi, sentirsi attratto e respinto, troppo contemporaneo e troppo “vecchio” per certe cose? Il rischio potrebbe essere quello di restare nell’arcipelago per sempre, e diventare la dimora di un Bād in vena di scherzi.

Voto: 7

Bell, Book and Candle (Una strega in paradiso) – Richard Quine
Visto da Margherita Fontana

Gil (Kim Novak) è una bellissima strega contemporanea che desidera il suo vicino di casa, un ordinario editore e uomo per bene (James Stuart). Artefice del sortilegio che farà cadere l’uomo tra le sue braccia, la strega resterà vittima dell’amore che ha scatenato perché persino le streghe più abili, quando si innamorano, perdono tutti i loro poteri. Il film scelto per la locandina della 35ema edizione del TFF è proprio questa classica commedia americana che vede co-protagonista anche un frizzante Jack Lemmon, stregone e fratello di Gil, nonché suonatore di bonghi. Nonostante l’interpretazione felina della Novak faccia impallidire il resto del cast (i costumi di Jean Louis all’epoca fecero scalpore), il regista Richard Quine, in linea con il pensiero dell’epoca, fa sì che la sensualità selvaggia della diva venga domata per consentire il lieto fine. Perché, in fondo, chi ci attrae ci incanta, ma solo chi ci ama ci possiede.

Voto: 6/7

Black Cat – Lucio Fulci
Visto da Margherita Fontana

In un piccolo villaggio inglese accadono strani incidenti mortali. I sospetti di Jill, una fotografa americana, si concentrano sul misterioso dottor Miles che afferma di avere poteri paranormali e di aver trovato il modo di registrare le voci dei morti provenienti dall’aldilà. Responsabile del massacro è in realtà il gatto nero del dottore, spirito demoniaco ormai sfuggito al suo controllo. Liberamente tratto dalla novella Il gatto nero di Edgar Allan Poe, questo classico dell’horror all’italiana depotenzia la componente splatter per lasciare spazio a una regia sperimentale che invita lo sguardo dello spettatore a incarnarsi in quello dei protagonisti (gatto compreso). Tuttavia, trasformare un innocuo felino domestico in una minaccia assassina non è un’impresa facile e non si può dire che Fulci ci sia riuscito. Se non altro, questa perla del genere e soprattutto le stentate scene d’azione (la bastonata in testa tirata da Miles a Jill, la bella dell’occasione, è pura poesia) regalano momenti di autentica ilarità al pubblico contemporaneo.

Voto: 6 politico

Visto da Virginia Carolfi

Ordunque, apprestarsi a vedere (e recensire) Black Cat implica una sospensione di giudizio; approcciarsi a questo paradigma del cinema gory/horror a cavallo tra gli anni ’70 e ’80 significa accettarne tutti i limiti e anzi… we want more! E quindi daje di dialoghi inesistenti, trama sforacchiata, recitazione stentata e qualche nudo gratuito (plauso a quello della povera Maureen, che troppo presto fa la fine del topo – letteralmente). Black Cat è vagamente ispirato al racconto di Poe e racconta di come la vita di un sonnacchioso villaggio inglese sia scossa da una serie di morti sospette, causate da un sulfureo gattone nero. Tutto qui. Ma Fulci ci regala momenti indimenticabili, come la scoperta del colpevole grazie a dolcissime impronte di zampette feline sulla sabbia del luogo del delitto, uno stregone gottoso, freddure degne di Topolino, abbondantissimo sangue color uniposca e una martellata in testa che da sola vale tutto. Film perfetto per iniziare la giornata con humour e leggerezza.
Voto: 6 (?)

The Final Portrait – Stanley Tucci
Visto da Margherita Fontana

The Final Portrait, diretto da Stanley Tucci, è un delicato film biografico basato sugli ultimi due anni di vita di Alberto Giacometti. Il film si concentra in particolare sui 18 giorni in cui l’artista realizzò il ritratto del giovane scrittore americano James Lord, autore della biografia di Giacometti da cui la pellicola è tratta. Il film mette in scena la dinamica complessa e speculare delle due identità, quella del pittore e dello scrittore, impegnati nel tentativo di realizzare un ritratto leggibile uno dell’altro. La vicenda è infatti il pretesto per interrogarsi sul tema della (im)possibilità della rappresentazione e della conclusione del processo creativo, temi incarnati perfettamente dal grande artista del Novecento. Il lungometraggio, talvolta debole nella sceneggiatura e approssimativo nella resa dei personaggi di contorno (vedi Caroline, la giuliva prostituta, ultima musa dell’artista) è in gran parte sorretto dall’interpretazione intensa e a tratti commovente di Geoffrey Rush, affiancato da un ottimo Tony Shalhoub nella parte di Diego, fratello dell’artista.

Voto: 6

Visto da Virginia Carolfi

Curioso il soggetto scelto dal vecchio Stan per il suo quinto lungometraggio, un fatto nascosto nelle pieghe della storia dell’arte, la realizzazione, da parte di Alberto Giacometti, del ritratto dello scrittore americano James Lord. Un avvenimento in fondo “piccolo”, ma che reca in sé una delle domande più potenti della storia dell’arte: quando si può definire “conclusa” un’opera? E Alberto Giacometti pare incarnare questo interrogativo: un eccellente Geoffrey Rush (che mostra una inquietante somiglianza con il vero Giacometti) ci mostra un artista appesantito, nevrotico, insicuro, tracotante e infantile, tanto generoso quanto taccagno, lucidamente determinato a essere insoddisfatto e infelice. Il ritratto in questione – sulla cui realizzazione Lord scriverà il libro da cui questo lungometraggio è tratto – non è che il pretesto per una riflessione sull’incompiutezza di ogni opera d’arte, e sull’insondabilità della mente umana. “Perché” chiede Lord al fratello di Alberto, Diego Giacometti (interpretato da un solido Tony Shalhoub) “Alberto pare essere felice solo quando è infelice? Perché continua, giorno dopo giorno, a rifare il mio ritratto?”. The Final Portrait è un po’ ingessato (come il co-protagonista Armie Hammer), a tratti didascalico e nostalgico, ma ci regala dialoghi taglienti, una attenzione maniacale per i dettagli cromatici e un protagonista indimenticabile, un Geoffrey Rush arruffato e umidiccio che vaga nella Parigi degli anni ’60 alla ricerca di quella infelicità che sola gli permette di essere vivo e artista.

Voto: 6/7

The Lodgers – Brian O’Malley
Visto da Margherita Fontana

The Lodgers ci porta in Irlanda durante gli anni della rivoluzione (1919-1923), all’indomani della prima guerra mondiale. I gemelli Rachel ed Edward vivono soli nella vecchia villa di famiglia, tenuti prigionieri da presenze demoniache che impongono loro alcuni regole, scandite in una cantilena orecchiabile (fin troppo: all’uscita del cinema il centro di Torino sembrava abitato dagli stessi demoni canticchiatori): i due hanno l’obbligo di essere a casa entro mezzanotte, restare l’un con l’altro e di non lasciare mai entrare un estraneo in casa. La loro non-vita verrà sconvolta dall’innamoramento di Rachel per un giovane reduce che la spingerà a spezzare le regole e a scatenare l’ira dei demoni. Costruito sul terrore ancestrale del clone e dell’incesto, l’horror gotico diretto dall’irlandese Brian O’Malley è soprattutto un omaggio ai paesaggi della sua terra e una ricostruzione minuziosa di ambienti e atmosfere da romanzo gotico (o da convention di nostalgici vittoriani).

Voto: 5

Visto da Virginia Carolfi

La verde Irlanda trasformata nel marcescente scenario di un goticone/horror ottocentesco. The Lodgers presenta tutte le caratteristiche del racconto gotico per eccellenza: casa inquietante e decadente, umidità, incesto, camicie da notte di seta, bellissima protagonista maledetta da varie complicazioni familiari, spasimante belloccio con tipica faccia da chi farà la fine del calamaro, il tutto condito dalla presenza di David Bradley, il mitico Gazza di Harry Potter e Walder Frey di A Game Of Thrones – la sua faccia basta a garantire una certa atmosfera di terrore albionico. Ecco, forse un po’ troppi ingredienti, caro O’Malley. Bella fotografia, bei costumi, bel trucco, bel niente. The Lodgers è telefonato e noiosetto, la scenografia fa acqua quasi come la cantina della casa in cui i fattacci hanno luogo, i brividi di paura (perché sì, sono un pollo e mi sono spaventata pure con The Lodgers) sono riflessi pavloviani. Tuttavia, l’atmosfera gotica, la fotografia ben riuscita, la stupenda e iperborea protagonista evitano l’uscita dalla sala o il torpore ineluttabile. Nota di colore: i fan di A Game of Thrones riconosceranno tra gli attori non solo Frey ma anche il mitico Lancel Lannister (aka Eugene Simon), che anche qui – ahinoi – fa una ben misera fine (ecco, spoiler).

Voto: 5

Messi and Maud – Marleen Jonkman
Visto da Margherita Fontana

Maud è una donna olandese in vacanza in Cile con il marito per superare un momento difficile: entrambi desiderano avere un figlio ma la donna è sterile. Dopo un violento litigio, Maud continuerà il suo viaggio da sola alla scoperta di sé stessa. Presentato al TFF dal TorinoFilmLab, il programma annuale di sostegno al cinema emergente promosso dal festival, Messi and Maud è un intenso road movie che mette in scena una riflessione disincantata sulla maternità (mancata) come forma di affermazione individuale. Nel comportamento infantile e irresponsabile tenuto da Maud durante la sua fuga c’è infatti l’altra faccia del suo desiderio di diventare madre: una smania di possesso e un’asserzione di identità. Gli incontri più o meno fortunati fatti lungo il cammino della donna la porteranno a fare pace con se stessa. La vicenda si staglia sugli incantevoli paesaggi cileni, dall’ interno desertico fino alle coste oceaniche, valorizzati dall’uso sapiente della fotografia.

Voto: 7

Rey – Niles Atallah
Visto da Virginia Carolfi

Che Torino sia un festival di film folli lo sapevamo, Rey conferma l’assioma e lo porta al livello successivo. Metà ottocento, il buon Orélie-Antoine de Tounens, francese di provincia, si mette in testa di creare il regno libero e indipendente di Patagonia e Araucanía, terra ancestrale da sempre dimora dei Mapuche (popolazione nei nostri cuori dalla visione de “La memoria dell’acqua”). Il delirante piano è narrato in modo ancor più folle da Atallah, che unisce filmati d’archivio, fiction, stratagemmi teatrali come l’utilizzo di maschere di cartapesta indossate dai personaggi nei momenti più drammatici del film, riprese astratte caleidoscopiche e quant’altro. Una notevole insalata russa, anzi, cilena, che non manca però di un certo fascino. Più la narrazione procede, più la nostra curiosità è titillata nel vano tentativo di discernere il vero dal falso. Epigono di maestri del falso-storico-documentaristico, come l’inossidabile Werner Herzog, Atallah ci trascina in una spirale in salsa LSD in cui il personaggio di Tounens (incredibilmente e realmente esistito https://it.wikipedia.org/wiki/Or%C3%A9lie_Antoine_de_Tounens) ci fa partecipi dei suoi deliri di onnipotenza, del suo meraviglioso piano convincendoci, in fondo, di aver ragione: creare un regno forte e indipendente, composto da tutte le tribù degli indomabili Mapuche, ultimo baluardo contro la barbarie dell’uomo bianco. Il sogno di Tounens diventa l’archetipo del sogno di ogni occidentale sedotto dall’ignoto e dal selvaggio, fatalmente schiacciato dalla realtà. Ma al termine del film – lungo, prolisso, snervante (non sono mancati i “basta!” in sala) – resta la domanda: era un piano così sbagliato? Le popolazioni Mapuche hanno subito violenze, genocidi, conversioni forzate, la loro lingua sta scomparendo e il loro territorio è stato pian piano eroso dai “cileni”. Come dice Orélie-Antoine “Questo non è Cile, è l’Araucanía, la terra dei giganti”, se le cose fossero andate in modo diverso questo sarebbe un meraviglioso pensiero comune. Ci vuole del coraggio.

Voto: 6,5

Rhubarb – Arthur Lubin
Visto da Margherita Fontana

Presente nella rassegna del TFF Non dire gatto… anche questa deliziosa commedia anni ’50 in pieno stile americano. Tratto dal romanzo di H. Allen Smith, il film racconta la parabola ascendente del gatto Rhubarb, che da randagio arriva a diventare erede di un patrimonio milionario e proprietario di della squadra di baseball del Brooklyn. Protagonista “umano” è il suo tutore nominato, brillantemente interpretato da Ray Milland (Il delitto perfetto, Hitchcock). Gli ingredienti della commedia americana ci siano tutti: un elogio al coraggio e alla sbruffonaggine, un riscatto “sociale” (in scala felina), la trama romantica e il lieto fine.

Voto: 6

Tesnota/Closeness – Kantemir Balagov
Visto da Margherita Fontana

1998. Nalchik, capitale della repubblica autonoma Kabardino-Balkaria. All’alba dell’annuncio del loro fidanzamento, una giovane coppia appartenente alla comunità ebraica viene rapita a scopo di riscatto. Assistiamo alle vicende della famiglia del ragazzo e ai loro tentativi di salvarlo attraverso gli occhi di Ilana (Darya Zhovner), la figlia maggiore ribelle e scapestrata. Ilana, che preferisce alle attività domestiche il lavoro in officina con il padre e frequenta un ragazzo cabardo e musulmano, non accetta il ruolo tradizionale impostole dalla madre, figura silenziosa ma allo stesso tempo aggressiva. Scelta come vittima sacrificale per il bene del fratello, Ilana farà a modo suo accettando il suo destino senza tradire se stessa. L’autore della pellicola, Kantemir Balagov (26 anni, allievo del russo Sokurov) sceglie inquadrature ravvicinate e una fotografia dai toni glaciali per rendere visivamente la costruzione della prigione quotidiana attorno a Ilana, la cui dura e ostinata bellezza sembra la sola cosa capace di resistere allo squallore circostante. Sullo sfondo del dramma familiare, la guerra in Cecenia prende le forme delle immagini agghiaccianti di soldati russi brutalmente uccisi trasmesse in televisione. Un film d’autore capace di inscenare una violenza cruda, vissuta a tanti livelli (personale, familiare, sociale) da una comunità complessa e frantumata.

Voto: 8,5

Va, Toto! – Pierre Creton
Visto da Virginia Carolfi

Ecco, descrivere Va, Toto! è un po’ come cercare di acchiappare una bolla di sapone, come al mattino quando si tenta di ricordare un sogno e si finisce per perderne anche i pochi dettagli rimasti, e si trascorre la giornata preda di sensazioni volatili. Riassumerne la trama è pressoché impossibile, mi limiterò a dire che il film/documentario inizia con l’adozione, da parte di una signora normanna, di un cucciolo di cinghiale, la cui presenza in scena non ha mancato di strappare inteneriti “oooooh” a tutta la componente femminile in sala (me compresa). Forse è proprio la tenerezza la cifra stilistica di quest’opera per nulla lineare, fatta di cinghiali normanni, vacche, scimmie pakistane, di volti bellissimi e arrossati, scarpe da montagna, di pranzi tra cacciatori, di schiene avvolte da maglioni di lana e camicie di flanella. Un inno ai puri di cuore, un racconto che potrebbe essere uscito dalla mente di James Herriot che stupisce in ogni inquadratura, come stupiscono le argute contrapposizioni realizzate grazie a uno “split screen” che ricorda le pagine di un libro illustrato. In Va, Toto! si parla molto, ma raramente ciò che si dice è legato a ciò che si vede, è più come se il regista avesse giustapposto alle immagini riflessioni e pensieri scaturiti dai fatti, arbitrarie associazioni mentali. Emblematico è il finale, che ci regala due momenti di puro cinema tra Kubrick e Bergman, tra i più inquietanti ed enigmatici degli ultimi anni.

Voto: 8,5

What happened to Monday/ Seven Sisters – Tommy Wirkola
Visto da Margherita Fontana

Presentato in anteprima al TFF, What Happened to Monday? (distribuito in Italia con il titolo di Seven Sisters) è un film di fantascienza come non ne se ne vedevano da un bel pezzo. Nell’universo distopico creato dal Tommy Wirkola (Hansel e Gretel – Cacciatori di streghe), il futuro della specie umana è messo a rischio dalla sovrappopolazione, aggravata dalla maggiore incidenza di parti plurigemellari causati del crescente consumo di colture OGM. Per rallentare l’esaurimento delle risorse del pianeta, il governo emana una legge che consente alle coppie di avere un solo figlio; i bambini concepiti illegalmente sono destinati ad essere ibernati e immagazzinati in attesa di un futuro migliore. Rimaste orfane al momento della nascita, sette sorelle gemelle vivono nascoste per sfuggire alla cattura. Chiamate ciascuna con il nome di un giorno della settimana, le sette giovani, identiche nell’aspetto ma diverse nel carattere, sono chiamate a vestire una sola identità. La scomparsa di Monday innescherà una serie di eventi che sconvolgerà le loro vite per sempre. Si tratta finalmente di un vero film di fantascienza, in cui la magnificenza visiva non sacrifica la profondità dei contenuti e l’intensità dell’interpretazione. Prova d’attore incredibile per l’attrice svedese Noomi Rapace, capace di rendere la peculiarità fisica e emotiva di sette personaggi. I momenti drammatici si alternano a scazzottate epiche e parentesi comiche e splatter. Come nei migliori scontri conclusivi, alla fine non ci sono né buoni né cattivi ma solo ragioni differenti di fronte alla complessità dell’esistenza.

Voto: 8

Visto da Virginia Carolfi

Il vero sequel di Blade Runner, e potrei fermarmi qui. Seven Sisters ci porta in una realtà distopica fondata su un dilemma morale che rimane tale per tutto il film: a causa della sovrappopolazione globale è in atto la pratica del “figlio unico”; secondogeniti e via dicendo, se messi alla luce, sono “congelati” fino a data da destinarsi. Willem Dafoe (sempre più bello, nda) decide però di tenere tutte e sette le gemelle partorite dalla figlia (che, comprensibilmente, non è sopravvissuta al parto) utilizzando uno stratagemma: una identità collettiva impersonata per ogni giorno della settimana da una gemella differente, dal lunedì alla domenica e ricominciando da capo. Regina incontrastata del film è Noomi Rapace che, con una performance indimenticabile, impersona tutte e sette le gemelle riuscendo a caratterizzare in modo convincente ognuna di loro, tant’è che dopo pochi minuti ci si dimentica di essere di fronte alla stessa attrice, e si patteggia per la propria gemella preferita. A dire il vero, tutto è credibile in questo film (meno la colonna sonora, unico neo): da Rapace agli effetti speciali, dalla sceneggiatura alle abbondanti scazzottate, dalla distopia a Glenn Close, sempre più inquietante. Seven Sisters è Blade Runner ma anche Piccole Donne, e ci regala una famiglia disfunzionale molto contemporanea, perfetta erede di quella resa immortale dalla Alcott. Le sette sorelline ci stupiscono, spiazzando il senso comune, le scelte obbligate e le trame prevedibili, rendono tutto ancora più surreale grazie a una serpeggiante ironia che emerge quando meno te lo aspetti. Un film che si guarda in punta di sedia, che non garantisce una serata rilassante ma che – nelle parole del produttore presente in sala – è “vero cinema”. Chapeau.

Voto: 8

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