Claudia Losi è nata a Piacenza nel 1971. Dopo avere concluso gli studi presso la Facoltà di Lingue e Letterature Straniere e all’Accademia di Belle Arti a Bologna, alterna periodi di studio e vita in Italia e all’estero. Come artista ha all’attivo molte mostre personali tra cui ricordiamo le recenti Asking Shelter, Galleria Monica De Cardenas, Milano (2017);
How do I imagine being there?, Collezione Maramotti di Reggio Emilia; About Proximity, Weaving & We, Second Hangzhou Triennial of Fiber Art, Hangzhou, China; What My Shape Says, performance commissionata da Marina Rinaldi, Teatro Arsenale, Milano (2016). Ha esposto al Museo MAXXI di Roma e al MAGASIN di Grenoble, alla Fondazione Arnaldo Pomodoro a Milano, alla Royal Academy di Londra. Nel 2008 ha presentato mostre personali al Museo Marino Marini di Firenze, allo Stenersen Museum di Oslo e all’Ikon Gallery di Birmingham. Nel 2007 ha partecipato alla Sharjah Biennial 8 negli Emirati Arabi Uniti. Dal 2004 ha sviluppato il progetto Balena Project (tutt’ora in corso): il racconto mitico di una balenottera comune, realizzata in stoffa, di dimensioni reali, che ha viaggiato per il mondo coinvolgendo persone e immaginari ad ogni suo passaggio.
Sarà una dei giurati per la sezione BORDERS all’interno della sedicesima edizione di Concorto Film Festival.

“Il binomio uomo-natura è una tematica che mi ha interessato fin dall’inizio del mio percorso artistico e che ancora continua ad essere il centro del mio lavoro.”

-Ciao Claudia, nella tua ricerca artistica il rapporto fra natura ed essere umano è centrale. Qual è la tua interpretazione di questo rapporto e che rappresentazione ne dai nei tuoi lavori?

Il binomio uomo-natura è una tematica che mi ha interessato fin dall’inizio del mio percorso artistico e che ancora, con sfumature sempre diverse, continua ad essere il centro del mio lavoro.

Quando facevo l’Accademia, ho iniziato a collaborare con due scrittori e amici, coi quali abbiamo fondato lo Studio Italiano di Geopoetica, affiliato all’Institut International de Géopoétique fondato a sua volta dal poeta scozzese Kenneth White. Io ero agli esordi di “tutto”, era un periodo di massima apertura, ma quello su cui abbiamo insistito sin da subito, con Matteo Meschiari e Francesco Benozzo, era la relazione tra uomo e terra che abita e lo abita, cosa consideriamo natura, quanto c’è di culturalmente e intellettualmente costruito in questo e quanto invece ha radici profonde nel nostro modo di osservare e di stare al mondo, nella nostra biologia.
È un tema di una potenza assoluta, una riflessione che abbiamo creduto necessaria e che colmava una mancanza (almeno così ci pareva) nell’ambito della riflessione sul paesaggio un Italia.

In quel periodo, verso la metà degli anni ’90, ho iniziato utilizzare il tessile, in particolare ricamando licheni, facendoli crescere con ago e filo sulla “pagina bianca” della tela. Ricalcare idealmente i tempi di crescita, trasformazione e morte di queste forme simbiotiche così semplici e complesse allo stesso tempo, era un modo per ragionare metaforicamente e su piccola scala su temi complessi e inesauribili.

-L’artigianalità e il lavoro manuale ritornano frequentemente nei tuoi progetti, sia come metodo realizzativo che come tematica di riflessione. Da cosa nascono questo tipo di approccio e questo interesse?
Raccontaci qual è la dimensione del tuo studio/laboratorio.

C’è una bellissima espressione che ho imparato in Ecuador, concha de amor, che dovrebbe descrivere l’attitudine di svolgere alcune attività manuali disponendosi in cerchio, spannando del mais o lavorando a maglia, per esempio, dando vita a un momento collettivo di scambio di informazioni, di racconto di ciò che sta avvenendo nella comunità. L’immagine di questa conchiglia di amore mi piace molto perché dà l’idea di qualcosa legato al lavoro manuale che unisce, che crea relazioni, e che allo stesso tempo si apre alla comunità e ne struttura le basi, facilitando la coesione sociale. Fare gossip comunitario.
In questi incontri anche il ritmo del fare manuale diventa qualcosa di strettamente connesso alla parola, allo scambio affettivo e informativo, e l’accento è posto sul fare comune, più che sulla qualità del lavoro e dell’abilità artigianale.
Mi è spesso capitato di utilizzare nel mio lavoro, quale elemento d’innesco, il cucire per creare piccole comunità temporanee, mettendo insieme persone che non avevano inizialmente nulla in comune ma che nell’agire condiviso e “guidato” trovavano un punto di contatto.
Anche il mio studio è stato teatro di conchas de amor di lunga durata. E contemporaneamente è un luogo dove le cose “collassano”, una sorta di wunderkammer personale dove aggiungo mano a mano elementi (oggetti più o meno preziosi, libri, disegni, prove di sculure e pezzi di cose raccattate un po’ ovunque) che si stratificano in disordine, per poi essere riordinati in base alla necessità del momento.
L’abitudine di sviluppare più progetti in contemporanea, da un lato è sicuramente una forma di dispersione, ma anche un modo di creare collisioni, a volte impensabili, tra lavori diversi. In questo senso lo studio diventa una sorta di laboratorio chimico, dove si sviluppano reazioni inaspettate fra i vari elementi presenti.

-Quanto conta la dimensione collettiva nei tuoi progetti?

Affronto i miei progetti con due diverse modalità, una più self-centered, in cui ho il massimo controllo su quello che sto facendo, e una dove prevale la dimensione collettiva, in cui io creo delle situazioni coinvolgendo diverse persone in un fare/pensare comuni. In questo senso Balena Project è forse il lavoro più significativo perché aveva come finalità proprio quello di raccontare di un immaginario comune.

-Fra i mezzi che utilizzi c’è anche il video. É uno strumento espressivo che scegli ed adegui in base al progetto del momento o lo associ sempre ad un certo tipo di esperienza e di contenuti? In che modo il tuo processo creativo si misura con l’immagine in movimento?

Il video nel mio lavoro è sempre in relazione alla narrazione e alla temporalità che altri strumenti non permettono di rendere in modo così chiaro.
In questo ambito ho collaborato in diverse occasioni con il videomaker Daniele Signaroldi, al quale mi lega un’amicizia oramai decennale: la sua regia è guidata da un tipo di sensibilità naturale, di pancia, che ha affinità interessanti col mio modo di guardare.
Quando ho utilizzato l’immagine in movimento per raccontare o documentare progetti l’ho sempre coinvolto perché so di potermi affidare, lasciandogli grande libertà, sapendo di trovare in lui una corrispondenza col mio modo di sentire (non ragionata ma sorgiva).
Mi piace guardare il mio lavoro attraverso i suoi occhi perché mi fa scoprire cose nuove.

Un esempio di questa collaborazione è Les Funérailles de la Baleine, un video di circa 40 minuti, in cui la documentazione di una performance di 24 ore diventa anche un racconto autonomo, una storia che racconta anche altro.

“Il viaggio, ovvero spostarsi, cambiare posizione, nel pensiero come fisicamente, è un’esperienza che può durare tutta la vita.”

-Il cinema è una fonte di ispirazione per il tuo lavoro? Che cinema ti piace?

Il cinema è una fonte di ispirazione inevitabile perché guardo di tutto, da questo punto di vista soffro di una certa bulimia.
Mi rendo conto che sono attratta dai film che hanno un plot e un coinvolgimento di un certo tipo, dove l’immagine e la storia narrata si amplificano vicendevolmente.
Gli ultimi film che ho visto? Non certo tutti contemporanei, sono La morte corre sul fiume, di Charles Laughton, che credo che per un artista visivo sia straordinario, Le armonie di Werckmeister, di Bela Tarr e Non è un paese per vecchi, dei fratelli Coen.

-Cosa ti ha spinto ad accettare di far parte della Giuria di Borders a Concorto Film Festival?

La tematica affrontata dai corti presenti in questa sezione, il confine, mi interessa particolarmente, tanto che la riprenderemo fra qualche mese con EN Laboratorio Collettivo, un’associazione culturale (e amicale) che ho contribuito a fondare. L’idea è quella di riflettere intorno a temi che consideriamo importanti unendo le nostre specifiche passioni (dall’arte all’architettura, al cinema e all’animazione) e in particolare intorno all’idea di libro. Tra le nostre attività abbiamo programmato, in collaborazione con Concorto, una serie di presentazioni di testi, invitando autori che hanno ragionato sui confini, visitandoli o incontrando chi ha tentato di oltrepassarli. Confini fisici ma non solo.

-Il concetto di confine attualmente viene usato in una accezione quasi univoca ed è legato all’attualità politica. Oltre a questo significato così ricorrente nella quotidianità per te ci sono altre sfumature importanti?

Il contesto attuale inquadra questo concetto nell’area semantica dell’allarme, della protezione, della difesa. È un confine di paura. C’è come un’idea di attesa che qualcosa di irreparabile accada, mentre sta già accadendo ma siamo talmente dentro alla cosa da non averne un percezione oggettiva.

Il confine è però un elemento geografico anche molto utile. Nei vari miei interessi c’è quello dell’arte preistorica. Emmanuel Anati, figura molto interessante dell’archeologia italiana, ha scritto di come Homo Sapiens, intorno ai 30 mila anni fa, si sia spostato in quella che oggi chiamiamo Europa, in base alle condizioni geografiche e ambientali, in zone in cui gli era impossibile procedere oltre, dal punto di vista fisico: nei Pirenei, nel sud della Francia, nel sud Italia, in alcune zone alpine; luoghi che geograficamente diventavano dei confini oltre i quali non si poteva andare. Proprio qui sono localizzati i siti tra i più interessanti di arte rupestre. L’ipotesi, molto affascinante, è che questi luoghi di confine siano stati anche i punti dove i nostri predecessori, non potendo più procedere fisicamente, hanno lanciato idealmente dei ponti, attraverso il proprio immaginario e una straordinaria capacità di simbolizzazione, al di là di questi limiti, verso un altrove sconosciuto. Il sovrapporsi nel corso degli anni, sempre nello stesso luogo, di immagini che dicevano sé e altro da sé (impronte, animali, scene di caccia, linee che si incrociano), rendeva queste frontiere, dipinte e incise, dei punti di lancio immaginativo. La capacità di immaginare diventa così un tutt’uno con la capacità di superare i confini.
Da qui, da molto lontano nel nostro tempo, la necessità di riflettere intorno all’immaginario, personale e collettivo. Un immaginario che ci accomuna tutti e che è quello che ha salvato la nostra specie, pare, dalla durezza del mondo; che ci ha fatto, nel bene e nel male, ciò che siamo e che può, forse, salvarci ancora.

-Tu definisci il viaggio e l’esplorazione mezzi di conoscenza. Come trasporti questa idea nel tuo lavoro?

Il viaggio, ovvero spostarsi, cambiare posizione, nel pensiero come fisicamente, è un’esperienza che può durare tutta la vita. Non è detto che si debba andare lontano: l’esplorazione può essere intesa come un corpo che si sposta nello spazio e nel tempo, che ne ha coscienza e che da questa esperienza riesce a trarre nutrimento per il proprio immaginario profondo.
Mi è capitato di fare lavori in cui si indaga la relazione con lo spazio, reale e non, come ad esempio How do I imagine being there?, in cui mi chiedevo come immaginiamo il nostro essere in un luogo, cosa vuol dire relazionarsi ad esso, prima di andarci, una volta che ci siamo dentro, quando torniamo a casa, e cosa resta alla fine di quel posto, che rapporto conserviamo con esso. È un tema enorme. In quell’occasione ho chiesto a diverse persone di dare un contributo (un testo) in base alla propria disciplina di provenienza e ognuno aveva fornito diverse chiavi di lettura del rapporto immaginario-spazio, a cui le idee di viaggio ed esplorazione si legano intimamente. Ne sono nati infine un libro e una serie di opere.

-A che progetti stai lavorando attualmente?

Sto riprendendo Balena Project, progetto che cercherò di raccontare in un libro.
É stata un’esperienza durata diversi anni, durante la quale ho coinvolto moltissime persone e che ora devo riportare, come alla fine di un viaggio:
Un macro racconto-balena da pubblicare in occasione della presentazione di alcuni dei lavori appendice, sviluppatesi dal corpo della balena madre, come ad esempio una serie di giacche, Letter Jackets, inviate a diverse persone sparse per il mondo, che me le hanno rispedite dopo aver apportato modifiche di varia natura.

Infine sto lavorando alla riattivazione del progetto Una volta… all’improvviso, in collaborazione con il MAXXI di Roma. Abbiamo coinvolto una decina di donne, detenute presso la Casa Circondariale di Rebibbia, a Roma, che per 3-4 mesi, insieme a me, a Stefania Vannini del Public Engagement del Maxxi e a Sara Gardella, che mi ha coadiuvato nel progetto, hanno ideato e realizzato degli oggetti imbottiti nella sartoria del carcere, da spedire ai loro figli. Questo percorso verrà raccontato con un’animazione in cui gli oggetti realizzati saranno ridisegnati e animati da Francesca Dainotto e contemporaneamente verrà realizzato un audio-documentario, in collaborazione con Daniele Signaroldi, da presentare nel momento di restituzione del progetto all’interno del museo.

 

Intervista a cura di Chiara Granata.

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