programma a cura del collettivo Gaza Film Unit | recensioni di Francesca Marchesini
Ci stiamo avvicinando ai due anni dall’inizio della guerra genocida su Gaza. Abbiamo perso la fiducia in ciò in cui un tempo credevamo. Abbiamo vissuto i momenti più bui e detto addio a molte persone che conoscevamo e amavamo.
Due anni dopo l’inizio del genocidio, non stiamo solo piangendo i nostri martiri: stiamo perdendo la memoria, i luoghi, e i dettagli che svaniscono giorno dopo giorno. I nostri bambini continuano a essere uccisi, nel quasi totale silenzio del mondo. La nostra gente è ancora affamata. Desiderosi per sempre, mai sazi, il loro sangue si è mescolato alla farina.
Il genocidio ti circonda da ogni lato; schiaccia, soffoca e lavora per reciderti da te stesso, anche se resti in vita. Ha ucciso tutto ciò che di bello avevamo dentro, ha distrutto i nostri sogni e cancellato la nostra amata città. Eppure, i filmmaker di Gaza insistono ancora nel raccontare le proprie storie.
Hanno compreso che questa guerra è anche una guerra di narrazione. Potrebbe essere il loro ultimo messaggio, ma è un messaggio che si rifiutano di abbandonare.
Gaza Film Unit (GFU) presenta un nuovo programma composto da cinque cortometraggi, che rappresentano differenti modi di esprimere il senso di perdita nei confronti della città, in anteprima alla 24ª edizione di Concorto Film Festival.
La proiezione dura 60 minuti e riflette sulla distruzione sistematica del paesaggio urbano di Gaza, accanto alla narrazione del popolo palestinese.GFU guida inoltre un dialogo essenziale, rappresentato da Eslam Saqqa e Ayman Al-Azraq, sulla rappresentazione dei palestinesi e sull’identità che prende forma dopo il genocidio.
I film selezionati
Programma a cura del collettivo Gaza Film Unit
Abu Salma di Asil Al-Wadyia
In a Moment di Asil Al-Wadyia
Like an Event in a Dream dreamt by Another—Insomnia di Firas Shehadeh
Please Help Me Kill You di Ibrahim Khaled
The Face of the City di Shereen Abdel-Karim
Recensioni a cura di Francesca Marchesini
Abu Salma
Il titolo di questo breve corto altro non è che il nome della persona al centro di questo brevissimo documentario. Il talento di Asil Al-Wadyia risiede proprio nel saper convogliare, in pochissimi minuti, una forte portata emotiva, senza mai far slittare la storia del soggetto protagonista in secondo piano… al di là della violenza, della distruzione e del doloro, si parla innanzitutto di persone e delle loro vite.
In a Moment
I sogni e le speranze di Khawla rischiano di frantumarsi al suolo come i palazzi della città. La regista svela un ritratto intimo non solo del soggetto in esame, ma della città stessa. In questo secondo corto di Asil Al-Wadyia riemerge l’identificazione del popolo con la propria terra e quindi l’idea che l’architettura posso non solo essere testimone, ma un vero e proprio soggetto che incarna il dolore e le difficoltà della vita a Gaza.
Like an Event in a Dream dreamt by Another—Insomnia
L’animazione 3D prende il sopravvento e il digitale diventa il mondo in cui rivendicare il proprio diritto a raccontarsi. “I may be inhuman, but I have access to the Internet” dichiara con sfrontata calma la voce fuori campo. Privati dell’agentività nella reazione e della centralità nella narrazione, i palestinesi si riappropriano del RPG e ricreano una Palestina in cui la resistenza è il codice del gioco e l’end-game il ritorno nella propria terra. Nell’eterna insonnia in cui sono costretti a vivere a causa dei costanti droni israeliani, sognano un futuro che deve ancora realizzarsi, il ritorno.
Con toni solenni e aspri, di sbeffeggiante condanna e rifiuto, questa voce fuori campo punta il dito su di noi e mette a nudo le radici e la autoproclamata superiorità morale del colonialismo e dell’imperialismo occidentali. In un continuum atemporale e aspaziale intreccia le esperienze di resistenza dei popoli oppressi: dagli indigeni americani ai palestinesi, il loro sogno è il peggior incubo del mondo coloniale. Nell’errare notturno di questo Playable Character per le strade desolanti di Los Santos, ci viene esposto, inarrestabile, un manifesto di resistenza il cui mantra è esistere, resistere e ritornare.
Please help me kill you
Nella serie tv Severance, gli impiegati catalogano dati senza mai sapere cosa si nasconde veramente dietro quei numeri. Lontano dalla fiction, questo tipo di lavoro è molto frequente, soprattutto dal momento che oggi è più che mai necessario addestrare i sistemi di IA ed è proprio a questo che fa riferimento Ibrahim Khaled nel proprio cortometraggio. In un mondo in cui anche la violenza (basti pensare ai droni) è guidata da sistemi automatizzati, come si fa ad essere certi che, mettendo insieme certi dati, non si abbia in realtà localizzato l’ennesimo ospedale su cui scaricare le bombe?
The Face of the City
Immagini fluttuanti di volti, edifici e storie che si susseguono inesorabili. In questa cantilena del mutamento, eulogia del ricordo, ci collochiamo da spettatori – mai realmente partecipi – in uno spazio liminale tra passato, presente e futuro. Percepiamo le voci che lo abitano e i rumori che lo colorano ma non riusciamo ad afferrarlo. Poi ci si palesano quei volti e quelle strade, ormai silenziati e che ci scivolano via dagli occhi, in un continuo esercizio di composizione e decomposizione del presente. Attraverso questo gioco di astrazione narrativa e visiva la regista Shereen Abdel-Karim esplora la trasformazione architettonica di Gaza, sotto assedio identitario e alla cui distruzione non ci si vuole piegare. Dai palazzi a due storie, alle strade ormai asfaltate, agli orti spazzati via, l’assedio architettonico rimodella violentemente e cancella. Alla distruzione, contrapponiamo il ricordo della faccia, ora traccia, di una città che sta scomparendo.





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