a cura di Chiara Ghidelli e Chiara Granata | recensioni di Chiara Ghidelli
Nella sua edizione 2025, Concorto Film Festival prosegue per il terzo anno il percorso di indagine del focus Mnemosyne, dedicato al riuso dei materiali d’archivio. Il focus riprende il titolo dell’opera con la quale Warburg ha dimostrato quanto la nostra cultura visuale sia stata attraversata da immagini destinate a ritornare. Ciò che Mnemosyne ha voluto raccontare è allora il valore culturale e la versatilità linguistica di queste “immagini che ritornano”, il cosiddetto found footage. Materiali che nella nostra epoca stanno vivendo una nuova primavera attraverso grandi successi che spaziano dall’autorialità al mainstream, dalla nicchia al trend.
A riconferma del potere degli archivi, ormai usciti da narrazioni prettamente divulgative e documentarie, la terza edizione di Mnemosyne si concentrerà su opere che, nell’uso del found footage si rivolgono a un nuovo modo di intendere la fiction e alla ricerca di nuove formule narrative, capaci di partire dal documento per renderlo base di nuove invenzioni.
I film selezionati
a cura di Chiara Ghidelli e Chiara Granata
J’avais Fui (Running Away) di Anas Salaheldin, Anne Boffy, Germania/Egitto/Francia, 2025
Le Prime Volte (The First Times) di Giulia Cosentino, Perla Sardella, Italia/Spagna, 2025
Some Thoughts on the Common Toad di G. Anthony Svatek, USA, 2023
The Flowers Stand, Silently Witnessing di Theo Panagopoulos, UK, 2024
Vollupya di Éri Sarmet, Jocimar Dias Jr., Brasile, 2024
J’avais fui (Running Away) di Anas Salaheldin, Anne Boffy, Germania/Egitto/Francia (2024)
Accompagnato da una voce narrante che interpreta testi tratti dal romanzo autobiografico Metodo per diventare un altro dell’autore francese Édouard Louis del 2021, J’Avais Fui ne riprende alcuni dei principali temi. Con un collage d’archivio di immagini provenienti da diverse aree della Francia, la narrazione costruisce la storia di una fuga e di una rivalsa. Un confronto con la propria versione passata, un dialogo tra il sé presente e il sé infante, un’analisi di cosa si è diventati in virtù di dove si è cresciuti per scelta di altri. Una fuga necessaria, ma anche e soprattutto politica.
Le prime volte (The First Times) di Giulia Cosentino, Perla Sardella, Italia/Spagna (2025)
“Ho scelto davvero quello che volevo o solo quello che riuscivo a immaginare? Questa domanda non mi dà tregua”. Questa una delle domande che si fanno reciprocamente Emilia e Caterina che tramite una conversazione epistolare ricordano la loro giovinezza in un collegio negli anni ‘50. Percorrendo piccola e grande storia, Le Prime Volte si prende la responsabilità di rivendicare uno sguardo, lo sguardo di donna che vince su uno sguardo maschile che poteva prendersi la libertà di guardare. Una storia che costruisce con un collage temporale, di reale ed immagino, un’evoluzione storica dei ruoli di potere, nel tentativo di dare un finale, se non lieto, almeno pieno di rabbia.
Some Thoughts on The Common Toad di G. Anthony Svatek, USA (2023)
Tratto dall’omonimo saggio di Orwell del 1946, Some Thoughts on the Common Toad è un collage filmico, un manifesto che spinge a guardare alla bellezza come atto politico. Realizzato attraverso l’assemblaggio creativo di materiali d’archivio di pubblico dominio, legati dalla voce narrante di Tilda Swinton, l’autore crea un film saggio, tra zoologia, antropologia e storia. Come afferma G. Anthony Svatek: “nature has become an increasingly mediated and abstract experience, radiating through digital screens or confined to artificial sanctuaries. In the film, nature itself has become a distant memory, as images of today’s wars and environmental destruction echo from our era into Orwell’s and vice-versa. The toad’s croaking sound has the power to remind us of this cycle of history”.
The Flowers Stand, Silently Witnessing di Theo Panagopoulos, UK (2024)
Tra gli anni ‘30 e gli anni ‘40, uno scozzese decise di creare un archivio botanico della flora selvatica palestinese, territorio allora sotto occupazione britannica. Filmando in 16mm, creò la prima traccia a colori di quel territorio. A quasi un secolo di distanza, nel 2023, un giovane filmmaker palestinese che vive in Scozia, Theo Panagopoulos, scopre questo inconsapevole archivio e decide di digitalizzare due di questi racconti botanici Wild Flowers of Palestine e Floral Beauty of the Holy Land. Su 45 minuti di girato, solamente 2 minuti e 13 secondi contengono immagini di donne e uomini palestinesi. L’ennesima dissonanza, l’ennesima sostituzione e marginalizzazione, l’ennesima trascrizione di un passato che racconta una cultura che ha fatto della resistenza la sua storia, la sua identità così viva, così piena di colori.
Vollupya di Éri Sarmet, Jocimar Dias Jr., Brasile (2024)
Riprendendo un genere molto usato negli ultimi anni relativamente al riuso creativo dei film d’archivio, ovvero la science-fiction, con una declinazione distopica/post apocalittica, il corto di Éri Sarmet e Jocimar Dias Jr è la restituzione al pubblico del prezioso archivio di un night club queer brasiliano degli anni ‘90, Vollupya. All’interno di una cornice fiction fatta di immagini girate ex novo, un esploratore intergalattico scova questo archivio come un lontano reperto archeologico. Attraverso le ormai antiche voci di chi quello spazio l’ha abitato, prende forma un racconto di libertà, di conquista di spazi liberi, di sopravvivenza e di comunità, di una libertà che è sempre stata e sempre sarà avanguardia.






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