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a cura di Claudia Praolini – recensioni di Serena Varrucciu

Ubik è una sezione non competitiva del festival dove trovano spazio le opere dal linguaggio più innovativo. La ricerca di cortometraggi che sperimentano nuove strade di espressione è una prassi che sta alla base della valutazione e della selezione di tutti i film presenti a Concorto, ma con i corti proposti in Ubik ci si è spinti in territori ancora meno esplorati, dove il confine tra cinema e videoarte si fa sempre più labile. È un cinema che parla di sé, un cinema che rivolge l’occhio verso se stesso, rivelando senza pudore i meccanismi alla base della registrazione visiva, un cinema che, consapevole delle proprie strutture e del proprio specifico linguaggio, decide di “scoprire l’inganno”, ma proprio questa procedura fa sì che lo “svelare” renda la visione opaca, come se il meta-cinema fosse una lente che funziona al contrario, in grado di offuscare gli strati infiniti di cui è composta la realtà e l’esperienza della visione. 

I film selezionati 

a cura di Claudia Praolini

Cold Call by Stefanie Schroeder, Germany, 2025, documentary, 21′

I Want my People to be Remembered by Helene Giannecchini, France, 2025, experimental documentary, 26′

Perfectly a Strangeness by Alison McAlpine, Canada, 2024, experimental, 15′

State of lowest Probability by Willy Hans, Germany, 2025, experimental fiction, 24′

Recensioni a cura di Serena Varrucciu

COLD CALL

La narratrice ci racconta di una chiamata ricevuta nel 2020 da parte di un uomo, tale Daniel Richards. L’uomo diceva di essere un tecnico della Microsoft, in realtà era un truffatore, una delle tante persone sfruttate nei call center. Spinta dalla noia e dall’apatia, la donna non riattacca subito il telefono, né si trasforma in una scam baiter (ci viene spiegato che sono hacker in veste di vigilanti che truffano i truffatori). Non si conoscono, uno dei due non è chi dice di essere e sono distanti, uniti solo da una connessione inesistente incarnata dal telefono, perciò la donna compie una scelta inaspettata: decide di parlare. Racconta all’uomo che vuole imbrogliarla della recente rottura del suo fidanzamento, della morte della madre che ancora la paralizza e della solitudine di cui sta facendo esperienza proprio in  quelle ore passate a non far nulla, se non guardare fuori dalla finestra di casa. Quello che emerge è un momento, paradossalmente, di grande onestà durante il quale due sconosciuti discutono sulla natura dell’amore.

I WANT MY PEOPLE TO BE REMEMBERED

È una breve ma fondante parte della sua vita quella che la fotografa Donna Gottschalk racconta a Hélène Giannecchini, regista del corto, un periodo a cavallo tra gli anni Sessanta e Settanta in cui la donna era una giovane artista, non ancora certa di cosa avrebbe fatto del suo futuro, circondata da un gruppo di amici che le hanno aperto le porte di un diverso modo di vivere la sessualità. È un racconto orale in forma di intervista che accompagna e commenta le fotografie di Donna: gli amici, le serate nei locali gay, l’esperienza come modella per gli studenti di arte, le lotte per i diritti omosessuali, il percorso di transizione della sorella. Ciò che colpisce di questi racconti è la tenerezza e l’ammirazione con cui,  a cinquant’anni di distanza, l’artista parla di quel tempo passato e di tutti gli amici scomparsi.

STATE OF LOWEST PROBABILITY

Charlotte si trasferisce momentaneamente in un appartamento di un’altra città, probabilmente appartenente a un suo conoscente, nell’attesa che arrivino i nuovi inquilini. Approfitta di questo periodo di sospensione per portare avanti le sue ricerche sulla morte termica dell’Universo. Le teorie di cui legge sui manuali – concetti quali l’entropia e le leggi della termodinamica – cominciano a riflettersi nella sua vita: Charlotte è confinata in uno spazio chiuso, che non le appartiene e che non ha connessione alcuna con l’esterno. Una voce sussurrata fuori campo ci spiega che l’entropia la si può associare al concetto di incertezza, e che l’aumentare di essa porta all’equilibrio termodinamico; quando però questa raggiunge livelli troppo alti provoca lo “stato di morte” statico di un sistema, durante il quale nessun macro-evento può accadere. E, infatti, Charlotte passa le sue giornate tra la biblioteca e l’appartamento, entrambi luoghi ordinati e silenziosi nei quali interagisce poco o niente con le persone che le stanno attorno. Una sera invita la vicina di casa a bere qualcosa e c’è il sentore di un possibile sviluppo, che però viene subito negato nella scena successiva. La sua vita sembrerebbe aver raggiunto quello “stato di morte” di cui studia. Ciò che resta, alla fine di tutto, è un granello di sabbia (come quello affidato a Bastiano dall’Imperatrice di Fantàsia) dal quale Charlotte può creare un mondo nuovo.

PERFECTLY A STRANGENESS

Tre asini camminano uno accanto all’altro su sconfinate strade che attraversano il deserto cileno per raggiungere un osservatorio, ammirare lo spettacolo del cielo stellato e ritornare sui propri passi alle prime luci dell’alba.

Questa, in spiccioli, è la “trama” del corto diretto da Alison McAlpine, e già così ci troviamo nel reame del bizzarro. La regista rimuove la presenza umana e il dialogo e lavora sul catturare le variazioni di luce della giornata, il riflesso del sole nell’occhio degli animali, il movimento delle loro orecchie; sentiamo il suono del battere degli zoccoli sul cemento, i versi degli animali, il loro respiro. Prendendosi tutto il tempo necessario per indugiare e indagare, ci mostra paesaggi arsi dal sole che sembrano abbandonati e che creano un contrasto con il gelo degli ambienti interni dell’osservatorio, in cui anche qui, però, il grande assente è l’uomo. McAlpine va oltre la narrazione e oltre il documentario, crea un’esperienza sensoriale.

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