Martedì a Concorto, ovvero l’imbarazzo della scelta.
Iniziamo con ordine: dalle 16 alle 18 continua l’appuntamento VR con Ito Meiky al circolo Rathaus.
Dalle 16.30 alla Galleria Ricci Oddi ha inizio la quarta edizione di Concorto Kids! Oggi due laboratori, uno di musicoterapia e uno di percussioni, per piccol* cinefil*. A seguire merenda offerta da Fonte Plose e Eataly e poi, proiezioni di corti a tema musica.
Alle 17, nel salone degli Amici dell’Arte si terrà il talk Fashion Revolution: dalla fast alla slow fashion organizzato da Legambiente Piacenza in collaborazione con il circolo Rathaus, con Laura Chiappa e Maria Grazia Parenti, introduce l’assessora Serena Groppelli. Alle 18 nello stesso spazio le proiezioni di Supernature!
Ore 21 tutt* a Parco Raggio per i corti in concorso e a seguire in serra replica del focus Mnemosyne alle 23.30 al boschetto Lamante in concerto!
Généalogie de la violence – Mohamed Bourouissa
Visto da Vanessa Mangiavacca
“Avevo appena preso la patente. Avevo 21 anni, ero felice. Ero un uomo libero.” Un ragazzo sta per incontrare la sua ragazza: è felice, la aspetta sulla sua auto. Lavora e niente potrà rovinare quella serata.
Una ripresa dall’alto ci trasporta veloce tra le periferie di un quartiere periferico francese asettico e allucinatorio, spazio urbano complesso rappresentato più volte dai giovani artisti afro-discendenti nati e cresciuti in Francia, tra cui Mohamed Bourouissa, artista visuale di origine franco-algerina e regista del cortometraggio Généalogie de la violence, vincitore del Grand Prix all’ultima edizione del festival di Clermont Ferrand. L’auto in cui si trovano i due giovani protagonisti è uno spazio sicuro, una sorta di casa all’interno della quale confrontarsi e aprirsi con cura parlando di studio, il lavoro, l’amore, i sogni e i progetti per il futuro. E poi tutto si ferma, all’avvicinarsi di una volante della polizia che sottoporrà il ragazzo a una immotivata perquisizione. Bourouissa denuncia così la sottile e pressante violenza razziale perpetrata dalla polizia, sfruttando l’immagine in movimento per permettere allo spettatore di calarsi nel corpo del protagonista, immedesimandosi nel suo battito accelerato, nel suo sudore, nell’ansia costante e quotidiana. Basato sulla storia vera di un amico, Généalogie de la violence è un atto di memoria collettiva, una testimonianza che costringe lo spettatore a non distogliere lo sguardo.
Sammi, who can detatch his body parts – Rein Maychaelson
Visto da Virginia Marcolini
Sammi è nato con l’abilità di staccarsi parti dal corpo e, all’occorrenza, darle alle persone che ama. La madre non ha mai compreso il suo stile di vita, fino a che si ritroverà investita nella ricerca dei pezzi mancanti del figlio. Suddiviso in quattro parti, il film ripercorre gli ultimi incontri significativi di Sammi attraverso gli occhi della madre. È così che, persona dopo persona, la donna inizia a ricomporre e a ri-conoscere il figlio, attraverso le sue parti rimaste in mani altrui. Il film è una rappresentazione tanto grottesca quanto tenera della perdita e della separazione, nella loro fisicità più tangibile. Attraverso il corpo scomposto e donato persiste la presenza e, come in questo caso, la mancanza, così viscerale. Dopo un iniziale aggrappamento compulsivo alla ricostruzione di una completezza, la madre farà finalmente pace con questa impossibilità intrinseca e, forse, catartica.
Sulaimani – Vinnie Ann Bose
Visto da Carola Visca
Emigrate dall’India in Francia, Neena e Alia sono due donne sconosciute le cui vite si incrociano per caso sulla metropolitana di Parigi. Neena dimentica il porta pranzo sul sedile della metro e Alia la insegue per restituirglielo, fino al ristorante indiano dove la donna sta andando a cenare. Qui odori e sapori si mescolano ai ricordi delle due donne, riportando alla mente gli affetti che entrambe si sono lasciate alle spalle. Cosa c’è di più familiare della nostalgia di casa suscitata dal nostro piatto preferito? Nel cortometraggio di Vinnie Ann Bose il cibo è un veicolo di memoria e di identità culturale che connette due anime estranee accomunate da un simile vissuto. L’animazione in stop motion, alternata a quella 2D, separa efficacemente il presente e il passato delle due donne, raccontando con grande empatia la solitudine ma anche la solidarietà che si può incontrare nel proprio cammino di indipendenza.
As if to nothing – Pek Jia Hao & Ang Jia Jun
Visto da Serena Varrucciu
Un anziano carpentiere viene sfrattato dal suo laboratorio da una banda di gangster: era l’ultimo tra i proprietari del quartiere ad essere rimasto al proprio posto, gli altri si sono piegati al ricatto. Non ci viene spiegato il motivo, che può essere solo di interesse economico: ciò che ci serve comprendere è la situazione generale, quella che si viene a creare quando la malavita prende possesso delle strade e i cittadini rimangono a doversi difendere da soli. Il quartiere si è svuotato, le saracinesche sono abbassate, la città è avvolta in una calma innaturale.
L’unico affetto che resta al protagonista è un gatto, ma dal giorno in cui si sono presentati i malavitosi in officina è scomparso. La ricerca del gatto spinge l’uomo ad attraversare le strade desolate della sua città: le parole di quelli con cui ha modo di parlare, vecchi amici o colleghi, sono cariche di rassegnazione, e la gente che si chiude nei locali notturni (gangster compresi) hanno dipinta in volto l’inattività. Non esiste vendetta né riscatto in questa città, solo abulìa e arrendevolezza: “Lascia che il peggio accada”, dice il protagonista dopo aver raccontato che in un sogno aveva visto la città prendere fuoco. La futile ricerca che intraprende l’uomo per ritrovare il suo gatto allora diventa l’unica azione possibile, l’unica scelta che può davvero compiere.
Né una né due – Lucia Catalini
Visto da Serena Varrucciu
Attraverso un’animazione mista che unisce la tecnica del collage al rotoscopio, che consiste nel ricalcare fotogramma per fotogramma di una ripresa dal vivo, la regista, spinta da un evento autobiografico, crea il suo personale percorso attraverso i ricordi di una vita passata. La protagonista, Elena, ritrova il quaderno della nonna Laura in un vecchio mobile e inizia a sfogliarlo: lo spettatore scorre assieme al lei pagina per pagina, legge i suoi appunti da sarta, vede animarsi i bozzetti degli abiti, tagliati e modellati dalle mani della nonna che prendono vita grazie all’animazione, segue assieme alla protagonista lo svolgersi della vita della giovane Laura, le sue passioni, le sue gioie, i suoi momenti di dolore e di perdita. Quei ricordi che fuoriescono dal quaderno, che si animano di vita vissuta, creano un ponte tra le due donne, divise dall’età ma accomunate da un’affinità, da una somiglianza, e permette un passaggio, come se ci fosse un segreto necessario da tramandare tra questi ricordi custoditi nel tempo, da nonna a nipote, dalla vecchia generazione a quella nuova.
Dear Mother – Theodor Solin
Visto da Francesca Marchesini
Cosa succede quando si torna a casa dei propri genitori dopo tanto? Sicuramente si richiede tanta capacità di adattamento alle piccole idiosincrasie a cui non si era più abituati e molta empatia nel comprendere che anche l’altra persona, forse, ha cominciato a organizzare la propria vita senza tener conto di noi. Questo è tutto ciò che (forse) dovrebbe essere la norma ed è tutto ciò che NON succede nel film di Theodor Solin. Bastano poco più di dieci minuti per far sì che le dinamiche disfunzionali della famiglia di Julius esplodano in tutto il loro splendore – o forse orrore.






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